domenica, 31 agosto 2008, ore 20:23

Ho l'anima troppo piena. Piena di luoghi, persone, desideri. Piena di tutto l'amore che ho ricevuto. Piena dell'amore che ho dato, e che dò.

Piena dell'amore che sono pronta a dare.

Bramo - e bramare non è parola troppo forte per ciò che mi brucia - qualcosa o qualcuno a cui darmi interamente, senza dubbi, senza esitazioni. Un'idea. Un sogno. Una causa. Un lavoro. Un compagno. Un figlio.

Qualcosa - o qualcuno - che non mi faccia dubitare. Che non mi faccia rinunciare, appena vedo i suoi limiti. Che non sia meschino. Che non sia ipocrita. Che possa rimanere puro e bello e nobile come il primo giorno, anche dopo anni.

Qualcosa, o qualcuno, che sia la mia vita, la mia strada, ciò che mi può fare completa. Ciò che mi farà fermare, e sentirmi a casa. Ecco, cerco casa. Cerco un focolare.

Cerco pace.
elipiccottero
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sabato, 30 agosto 2008, ore 21:29

Dolce serata di fine agosto. Guarda il cielo, com'è strano, sopra il Porto Vecchio... Gli scatto una fotografia, non rende l'idea dei colori fantastici che striano l'orizzonte, ma non importa. L'acqua del porto è viola con riflessi fucsia.

Non ho voglia di andare a casa, cucinare qualcosa di veloce e triste, mangiare e andare a letto. Mentre percorro la strada di casa, un pensiero si forma nella mia mente... e me ne vado al ristorante, da sola, a mangiare pesce. Un bel piatto di fritto misto, un'insalata e un quarto di vino bianco. La cena perfetta.

Mi diverto a guardare i clienti e le cameriere. C'è una ragazza nera, che sparecchia i tavoli, con un viso luminoso e bello, soprattutto quando ride, e lunghe gambe sottili fasciate dai jeans. Ci sono bambini biondi e con la pelle dorata dal sole, che scorrazzano tra i tavoli. E c'è una tavolata di uomini e donne, tutti oltre i settanta, che attira pian piano tutta la mia attenzione.

Intorno, facce scontente, tristi, coppie che si guardano con la noia negli occhi. A quel tavolo, otto teste canute che si scuotono per le risate. Scherzano con le cameriere. Bevono vino, mangiano lenti e sistematici. Alla fine chiedono il dolce, dicendo che altrimenti la cena non sarebbe completa. Sono così belli, così pieni di vita, così appagati, da rendere appagata anche me, che rimango semplicemente a guardarli. Vorrei avere il coraggio di alzarmi e chiedere se posso fotografarli, ma temo che fraintendano. Mi alzo, pago e esco.

Il cielo ora è nero, ma non voglio ancora andare a casa, a digerire tristemente la splendida cena, in attesa di andare a letto. Auricolari nelle orecchie, gli Afterhours che cantano al centro della mia testa, comincio a camminare a passo svelto. A testa alta. Sempre più dritta. Col mento alto, a sfidare il mondo.

Sarà la musica, sarà il vino che mi scalda il sangue, sarà il movimento, o la sera dolcissima, ma un pensiero mi colpisce all'improvviso, e mi scalda ancora di più il sangue.

Guardami, mondo. Ecco 155 cm di pura, assoluta, incontestabile perfezione. Sono la figlia che ogni genitore vorrebbe. La donna che ogni uomo desidera al proprio fianco. La miglior madre che un bambino possa avere. L'amica più fedele e generosa che possa capitare di incontrare. Sono bella. Sono intelligente. Sono sensibile. Avrò uno strano senso dell'umorismo, ma sono anche divertente, quando voglio. Sono generosa. So amare con una intensità e una tenacia che a volte spaventano anche me.

Guardami, mondo. Non mi interessa come mi giudichi. Io sono perfetta.
elipiccottero

giovedì, 28 agosto 2008, ore 15:23

Lo so, lo so, sono quella che consiglia sempre agli altri di calmarsi. Quella che cerca di gettare acqua sul fuoco di un'arrabbiatura troppo impetuosa. Quella che si sente in diritto di dire agli amici: tu ti arrabbi troppo. Ma non fatevi trarre in inganno dalla mia capacità di accettare provocazioni e situazioni tutt'altro che gradevoli: è un atteggiamento costruito in anni e anni di autocontrollo. In realtà mi incazzo, mi incazzo spesso, e mi incazzo parecchio.

Non credo si tratti di un atteggiamento che ho acquisito per un motivo o per l'altro. Ero una bambina tranquilla e sorridente, non facevo mai i capricci, ma le mie incazzature erano violente già nella prima infanzia. Durante le elementari ci sono stati alcuni episodi, di cui mi vergogno profondamente e per i quali sono stata derisa diverse volte dai miei compagni di classe, nei quali ho cominciato a urlare e lanciare oggetti nel bel mezzo della lezione. Esplodevo. E finiva sempre con un pianto dirotto e nervoso (come d'altronde accade ancora oggi, se permetto alla mia ira di esprimersi).

Perchè ho deciso di esercitare su me stessa un controllo ferreo, controllo che mi richiede un notevole dispendio di energie, in modo da non arrabbiarmi più come in passato? Vorrei potermi attribuire alti moventi morali, o un precoce sviluppo di quel super-io che una delle mie psicoterapeute ha poi avuto modo di definire "ipertrofico"... La verità è che mi sono resa conto di avere un problema con l'ira un giorno, avrò avuto 10 o 11 anni, durante un feroce litigio con mio fratello. Più grande di lui di tre anni, accecata dalla rabbia, gli ho messo le mani al collo e ho cominciato a stringere... Probabilmente non avevo la forza per fare danni irreparabili, ma l'ho visto diventare paonazzo... e boccheggiare... il mio fratellino...

E' chiaro che il controllo non è venuto tutto in una volta, non rinchiudi un uragano in una scatola in quattro e quattr'otto. A dir la verità, durante l'adolescenza le scene di rabbia isterica si sono sprecate, alternandosi a momenti di apatia. Ho cominciato a controllarmi veramente verso i vent'anni, quando ero già all'università.

Come sempre, ho esagerato. Da iraconda sono diventata così mansueta che chi mi ha vista nel bel mezzo dei miei raptus stenterebbe a riconoscermi. Ma è tutta una facciata. Dentro, l'ira esplode per ogni cosa. Divampa. Mi divora. E se da fuori non si vede, all'interno è ancora più violenta e devastante. Spero di riuscire a continuare a controllarla, o, meglio ancora, di arrivare un giorno a incanalarla in qualche attività innocua, magari perfino costruttiva. Ma vi prego, vi scongiuro, se vi dico che sono arrabbiata, evitate di tentare di calmarmi parlando del motivo per cui mi sono arrabbiata. Cambiate argomento. Per favore.

elipiccottero

mercoledì, 27 agosto 2008, ore 18:50

La mia collezione di materiale scritto in passato è piuttosto vasta... il che torna utile quando voglio pubblicare un post, ma non so esattamente cosa scrivere, o voglio esprimere uno stato d'animo, ma le parole non vengono.
Questa è una cosa che ho scritto quando avevo 18 anni, probabilmente è molto ingenua, ma non cambierei una virgola, perchè ogni volta che la rileggo mi sento come allora...


Quando si svegliò, la bambina dagli occhi dorati ebbe paura. Era circondata da rami, foglie, spine ovunque. Era in mezzo a un cespuglio, in una nicchia nel centro di un cespuglio. Filtrava poca luce verde, tra le foglie. Fuori sentiva rumori minacciosi (o almeno così le parevano). Si rannicchiò ben bene, e per molti giorni e per molte notti rimase lì, sentendosi al sicuro.
Sentiva i rumori e vedeva le ombre, e immaginava attorno al suo cespuglio un bosco buio, intricato, pericoloso, frequentato da lupi e fantasmi. Giunse a desiderare di non uscire più dal suo cespuglio, dal suo angolo tranquillo e protetto.
Un giorno sentì dei rumori vicino al suo cespuglio. Rumori nel suo cespuglio. Si rannicchiò più del solito, cercando di farsi piccola piccola, di sparire. Il cespuglio si aprì come una tenda e qualcuno le tese una mano, invitandola ad uscire con parole tranquille. La bambina dagli occhi dorati afferrò la mano e uscì dal cespuglio.
Il bosco non era buio e intricato, non era pericoloso. C’era tanta luce, e alberi alti e sentieri larghi e ben battuti. Lupi e fantasmi esistevano solo nella sua mente. Intorno a lei sentiva solo il canto degli uccelli (nel cespuglio quel suono non le arrivava).
Camminava attaccata a quella mano, dapprima con gli occhi a terra, poi guardandosi attorno. Infine diresse lo sguardo dritto davanti a sé. La mano che l’aveva guidata scivolò via dalla sua, ma lei non se ne accorse e continuò a camminare e a camminare, andando avanti. I suoi occhi dorati scintillavano. Voleva vedere tutto il bosco, e tutto quello che c’era fuori.
elipiccottero

martedì, 26 agosto 2008, ore 20:58

"Come sei arrivata a Trieste?"
In varie forme, ho risposto a questa domanda decine di volte, negli ultimi otto anni. Esiste una risposta sintetica, che è quella che dò in genere, ed è: "Ho scelto un corso di laurea che c'era solo qui". Con relativo corollario di spiegazioni sul corso di laurea, la sua utilità, la sua spendibilità a livello lavorativo eccetera. Se volete, potete accontentarvi della risposta breve, fare le solite domande, e subirvi le mie usuali lamentele su come abbiano mandato a puttane un'idea tutt'altro che da disprezzare. O sul mio odio per la maggioranza dei miei compagni di corso.

Se preferite continuare a leggere, lo fate a vostro rischio e pericolo. Si parte da lontano...

Non ho mai pensato di essere strana, finchè non me l'hanno fatto notare gli altri. Pronunciavo le vocali in modo diverso. Leggevo una marea di libri, quando gli altri facevano sport o stavano a ciondolare all'oratorio (e non crediate che ci andassero per devozione, semplicemente era un posto con molto spazio in cui i genitori non sarebbero andati a controllare, perchè si fidavano). Andavo bene a scuola (sebbene, lo giuro, facessi di tutto per avere appena la sufficienza), soprattutto alle medie.

Le continue, deliziose osservazioni della gente attorno a me, unite a una naturale timidezza, hanno condotto a un risultato scontato e piuttosto comune: un'adolescente goffa, introversa, arrabbiata col mondo (e depressa, ma non voglio parlarne ora). L'aspetto non aiutava: magra non lo sono più da quando avevo sei anni, ma almeno ora la ciccia sta più o meno nei posti giusti; allora, invece, sembrava tutta al posto sbagliato, e cercavo di cammuffarmi con ampie T-shirt unisex e pantaloni coi tasconi, più grandi di una o due taglie (molto di questo materiale è poi entrato a far parte del guardaroba di mio fratello), con anfibi ai piedi, sempre. Gli occhiali con la montatura dorata, di metallo (se non ci credete, ce li ho ancora, da qualche parte: un'oscenità), e i capelli lunghi, lisci, sempre legati in una coda, mi davano un'aria a metà fra la Madonna addolorata e il topo di biblioteca. Cosa, quest'ultima, che in effetti ero: terrorizzata dalla gente, trovavo rifugio nei libri e nelle fantasticherie conseguenti. Scrivevo, pure, anche se nemmeno sotto tortura vi farò leggere la maggior parte dei prodotti della mia mente adolescenziale. A coronare il tutto, l'immancabile acne, che solo ora sono ruscita a domare, alla mia tenera età... e nemmeno del tutto...
Insomma, un disastro. E gli epiteti più comuni erano sfigata, secchiona, cozza, cesso, e altri raffinati complimenti.

Con queste premesse sono arrivata all'inizio dell'ultimo anno di scuola superiore. Anno che, in un liceo classico, significa necessariamente: "A che facoltà ti iscrivi l'anno prossimo?"
La mia previdente mamma aveva spinto sulla mia ansia, e mi ero fatta una cultura sulle varie guide, per poi andare a prendere informazioni in loco sulle due opzioni a cui avevo ristretto la scelta:
1. Conservazione dei beni culturali, indirizzo beni archivistici e librari; sede: Ravenna.
2. Scienze e tecniche dell'interculturalità; sede: Trieste.
Visto che i libri erano (e sono) la mia passione, e visto che mamma è romagnola, devo dire che la prima opzione era in leggero vantaggio. Ravenna tra l'altro è molto bella, per quel poco che ricordo, e gli studenti con cui avevo parlato dicevano che sì, c'erano case dello studente, ma erano scomode, e comunque gli affitti erano contenuti.
Trieste invece era l'ignoto, e già la scena del cappuccino al bar mi aveva un po' spaventata... Significava partire senza alcun punto di riferimento, per una città strana e di confine, per frequentare un corso di laurea che non portava a una figura professionale non ben definita (in questo, l'unica differenza oggi è che il corso di laurea è stato chiuso...). Totale salto nel buio.

Devo spendere una buona parola in merito al mio liceo. Piccolo e provinciale finchè si vuole, ma i professori ci seguivano, cercavano di proporci attività un po' diverse, di stimolarci a cercare strade alternative per la conoscenza. Cercavano soprattutto di conoscerci. Con qualche eccezione, è ovvio. Ma nel complesso sono stata davvero fortunata.
Quando sono arrivata io, in mezzo a tutti i "giurisprudenza, lettere, lingue, ingegneria (e c'è chi s'è laureato con 110 e lode, alla faccia di chi dice che i classicisti non possono fare gli ingegneri)", ricordo di aver visto facce perplesse, ma anche qualche scintilla di improvvisa attenzione. Ancora faticavo a pronunciare la parola interculturalità tutta di fila e senza incepparmi, ma un paio di insegnanti mi hanno detto più o meno la stessa cosa, anche se in termini leggermente differenti:
"Sono entrambi corsi interessanti, entrambi con scarse prospettive lavorative dopo la laurea, e tu saresti in grado di terminare uno qualsiasi dei due senza problemi. Ma ti interessano troppo le persone perchè tu voglia davvero rinchiuderti in una biblioteca per il resto della tua vita".

Oggi sono laureata in Scienze e tecniche dell'interculturalità, lavoro in un call center e spendo gran parte del poco che riesco a risparmiare in libri, tanto che un giorno, se non riordino, ne finirò sommersa. Già sono in tripla fila... Ovviamente, li metterò in ordine alfabetico, per autore, e solo in subordine per titolo. Ma soprattutto vivo a Trieste. Da dove conto di andarmene presto, d'accordo, ma ci sono rimasta molto più del previsto.
Solo perchè ero un'adolescente disadattata (mi chiedo chi non lo sia stato) e mi interessavano troppo le persone per seppellirmi davvero in una biblioteca per il resto della mia vita.
elipiccottero
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lunedì, 25 agosto 2008, ore 09:56

Domenica soleggiata e ventilata. Dopo un tardo risveglio, ricevo una chiamata con la proposta di andare a fare un giro a Grado. Declino. In una giornata come questa, e dopo un sabato di depressione superata cantando (i vicini ringraziano), ho bisogno di camminare, sola. Carico la discografia completa di Gianmaria Testa sul lettore mp3, infilo una bottiglia d'acqua in borsa, mi spalmo di crema solare e esco dirigendomi verso piazza Oberdan. Prendo il tram.

In una domenica d'agosto, a metà pomeriggio, il tram è naturalmente pieno. Pieno di turisti che si guardano attorno a bocca aperta, e di gente del posto che spiega loro storia, percorso, peculiarità di questo mezzo, oltre a illustrare il panorama che si stende ai nostri piedi. Non ho mai preso il tram senza incontrare esemplari di entrambe le specie. Io me ne sto in piedi, in fondo alla vettura, a guardare fuori, ma soprattutto dentro. Oggi amo le persone.

Molto banalmente, scendo all'obelisco, e comincio a camminare. Arriverò fin dove le auto cominciano a essere troppo numerose, e sotto di me ci sarà Miramare.
Mi sono portata dietro la macchina fotografica, faccio una dozzina di foto, ma per quanto belle non possono raccontare la meraviglia che provo. Soprattutto, le immagini non possono raccontare i profumi. Che sono tanti, inebrianti, e per me spesso irriconoscibili. Ci sono i pini. C'è un altro odore familiare, sembra timo. E un altro, più dolce, più intenso, ma a me assolutamente sconosciuto. In sottofondo l'odore del sottobosco, umido, dopo una pioggia durata tutta la notte.

Il sole, il movimento, il posto... mi sorprendo a pensare alla bellezza, e alla possibilità di condividerla. La stessa povertà delle fotografie che ho scattato mi dice come sia impossibile condividere con altri la sensazione che quasi mi opprime, mi dilata e mi schiaccia il petto mentre respiro quest'aria luminosa. Devo accendermi una prosaica sigaretta per sopravvivere a tanta estasi. Vorrei avere accanto anche solo una delle persone cui voglio bene, per poter dire quanto questa bellezza mi commuova... ma la bellezza è inesprimile a parole, e un tentativo frustrato di parlarne mi priverebbe di tutta la gioia che provo.

Camminando, si incontrano molte persone. E nella faccia di ognuno cerco, e trovo, una traccia di quello che sto provando. Tutti i volti sono illuminati dalla bellezza di ciò che ci circonda, e ne partecipano, e in questa luce intensa sono belli a loro volta, anche quelli dei vecchi, anche quelli i cui lineamenti hanno alcuna armonia.

Tornando, col sole che cala, sul tram c'è una ragazza che attira la mia attenzione. Avrà sedici o diciassette anni, è decisamente sovrappeso, vestita in maniera inadatta alla sua figura, e probabilmente i suoi coetanei non la degnano di uno sguardo. Ma è così bella che scalda il cuore, e mi metto a osservarla, forse troppo a lungo, perché se ne accorge e mi lancia uno sguardo non molto amichevole. Ma è così bella... Avrei voglia di alzarmi, abbracciarla e baciarla.

Un paio di settimane fa, tornando da Barcola, vedo salire sull'autobus due donne anziane, che mi fanno subito simpatia, perchè sono vestite come le vecchiette delle mie parti (le vecchiette triestine sono un po' troppo giovanili, per i miei gusti). Poi una si gira, e rimpiango di non avere con me la macchina fotografica, perchè altrimenti le avrei chiesto il permesso di scattarle una foto. In un volto segnato dalle rughe, dai lineamenti complessivamente insignificanti, brillano gli occhi più belli che abbia mai visto. Grandi, color nocciola chiaro, con ciglia scure e lo sguardo dolcissimo...

Cerco la bellezza ovunque, e spesso è nei luoghi più inaspettati che la trovo. La bellezza di un dettaglio, di un'inezia, ma capace di emozionarmi e commuovermi... E parlo, scrivo, fotografo nella speranza di poter catturare un barlume di questa bellezza, e donarla agli altri...
elipiccottero

sabato, 23 agosto 2008, ore 09:41

L'ho scritta tanti anni fa, ma mi sembra adeguata al mio stato d'animo attuale...
Non accetto commenti sulla qualità letteraria! (Scherzo, massacratemi pure)

SAPRO’ VINCERE

 

Anche quando il freddo

Invaderà il mio corpo,

e il dolore chiuderà

le porte della mia mente,

spingendo le lacrime

a scivolare lungo le mie guance,

e non ci sarà

una mano innamorata

che le asciugherà con una carezza,

io saprò vincere;

perché non importa

se non ci sarà nessuno

che vorrà ascoltare

le mie storie:

esse vivono

dentro di me,

e finché vivranno

io non morirò.
elipiccottero

venerdì, 22 agosto 2008, ore 12:29

I miei risvegli somigliano a epifanie. Non so se sia perché la notte porta consiglio, o perchè al mattino sono riposata e dò il meglio di me stessa. Sta di fatto che i pensieri migliori - e per migliori intendo profondi, immediati, completi e evidenti - mi vengono appena sveglia.
Questo non significa affatto che siano pensieri belli e luminosi, anzi, spesso sono particolarmente deprimenti. Ma la loro verità è innegabile.

Mi rigiravo nel letto, calciando gatti qua e là, finchè Puzzola non è venuta ad acciambellarsi fra le mie braccia, facendo le fusa. Allungavo le gambe, le braccia, poggiavo la testa ora su un cuscino, ora sull'altro. E non trovavo alcun ostacolo... a parte i gatti. Nessuno che si lamentasse che lo stavo prendendo a calci.
Ovvio, vivo sola...
E a questo punto il pensiero mi è piombato addosso.

Sono sola.

Vivevo con mia madre e mio fratello, e il fatto di dividere la stanza con il krestato non mi riempiva di entusiasmo. Ma tornavo a casa, e c'era qualcuno, qualcuno con cui parlare, qualcuno che avrebbe ascoltato - magari malvolentieri, ma avrebbe ascoltato - le mie tristezze e i miei pianti.
All'università, vivendo in quella specie di alveare che è la casa dello studente, avevo attimi di rigetto nei confronti dell'umanità, perchè era impossibile uscire dalla mia stanza senza incontrare persone conosciute. Potevo metterci anche un'ora per arrivare in mensa, venti metri dalla porta di uscita, solo a causa dei saluti... Con tutte queste conoscenze, non era difficile trovare qualcuno che mi aiutasse a superare i momenti di sconforto, nelle maniere più svariate. Potevo scegliere: voglio svagarmi, sbronzarmi, piangere, avere buoni consigli, fare sesso? Deciso questo, bastava bussare alla porta giusta.
Rovescio della medaglia: erano quasi tutte conoscenze superficiali. E anche coloro che consideravo amici, coi quali mi ero confidata, sono scomparsi dalla mia vita non appena ho smesso di abitare lì, e ho cominciato a lavorare. Il giorno della mia laurea è stato così triste che quasi non ci credevo.

Ora ho qualche amico, non molti, ma buoni. Qualcuno mi è rimasto dai tempi della scuola o dell'università. Persone per cui la distanza, o la differenza di attività e impegni, non costituiscono un ostacolo. Persone che, anche se mi faccio viva di rado, ricordano tutto di me, e delle quali ricordo ogni gesto e inflessione della voce. Altri sono conoscenze più recenti, per esempio lavorano con me; nei periodi di tristezza si ricordano di mandarmi un sms per chiedere semplicemente "Come va?".
Ma sono pochi, questi amici. Maledettamente pochi, nei lunghi weekend estivi, quando fa così caldo che si fa fatica a muoversi, e si vorrebbe solo stare stesi all'ombra, sorseggiando qualcosa di fresco e parlando dei massimi sistemi... o dell'ultimo danno combinato dal gatto...
Hanno la loro vita privata, questi amici, mogli e fidanzati, altri amici con cui vanno in vacanza, famiglie che ogni tanto desiderano vedere... o un lavoro con giorni e orari incompatibili coi miei. Oltre tutto, sarebbe terribilmente egoista chiedere loro di esserci sempre, solo per me.

Ho un carattere difficile, non riuscirei a vivere con altre persone, a meno che non ci siano fra noi legami forti. L'unico esperimento cho ho fatto non è andato male, nonostante i suoi alti e bassi, ma una volta che sono venute a mancare le premesse, la situazione è diventata intollerabile. Eppure ho paura di arrivare alla vecchiaia sola, la tipica zitella acida circondata da famiglie felici (che fantastico stereotipo!), rimpiangendo di non essere stata capace di tenermi accanto le persone cui voglio bene... E ogni volta che torno a casa, e saluto i gatti (sì, come una pazza autentica), vorrei invece aver qualcuno che possa rispondere al mio saluto, magari litigare, ma parlare...

La mia vita privata. Che deserto. Che solitudine. E la solitudine è proprio l'unica cosa che può farmi crollare, cedere a quel che c'è in me di oscuro.

Grazie a chi mi sta vicino. Non avete idea di quanto sia importante, e anche se non ve lo dimostro, vi voglio bene.
elipiccottero
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giovedì, 21 agosto 2008, ore 20:40

Ristabiliamo la verità.

Dopo che l'ho lasciato, pareva fosse un mostro, tanto che tutti mi chiedevano: "Ma come facevi a stare con lui?". A onor del vero, me l'hanno chiesto anche persone che lo conoscevano, più che altro per ragioni ideologiche. Qualcuno ha ritenuto opportuno sottolineare che sono entrata in una fase di damnatio memoriae di durata insopportabile.

E' vero, è fascista. Testardo. Pigro. Profondamente legato a una cultura in cui la donna ha un ruolo che non mi si addice. Infantile, in certe cose. La sua sensibilità, per sua stessa ammissione, è vicina a quella di un pezzo di legno.
Ma ha un forte senso della famiglia e della correttezza. E' generoso, anche se in modo un po' ruvido. E' affettuoso. Mi faceva sentire sicura, tranquilla, protetta. E' un bel ragazzo, perchè no, anche l'occhio vuole la sua parte. Mi fa ridere, tuttora, per quel poco che lo sento, ridere come una bambina delle sue espressioni buffe e del suo modo particolare di descrivere cose e persone.

La cosa più difficile da dire, però, è che probabilmente non ne sono mai stata innamorata, realmente innamorata. Mi piaceva e gli volevo - gli voglio - bene, ma non ho mai davvero perso la testa per lui. Come ho detto, mi faceva sentire tranquilla, e per una nevrotica perennemente insoddisfatta è molto. Mi inteneriva il suo modo di giocare coi miei piedi e di darmi nomignoli buffi.
Spero sinceramente che per lui fosse lo stesso. Il modo in cui mi sono rifiutata di seguirlo, e poi il modo in cui gli ho detto che stare insieme non aveva più senso, non sono stati delicati. Quando ho tentato di farglielo capire con gentilezza non ha capito... o forse non voleva capire?

Scusami davvero. Alla fine, dopo quasi tre anni di totale trasparenza, non sono stata del tutto onesta con te. Spero che tu trovi una brava ragazza, che condivida la tua visione del mondo. Che vi sposiate, con l'approvazione della tua famiglia, che non era esattamente entusiasta di me. Che lei ti faccia avere una casa splendente, e piena di figli, e di cibo in abbondanza.

Cerca di essere felice, e di farla felice. Sei comunque l'unica persona con cui ho accettato di condividere una casa, e ogni momento passato in essa. Mi hai assistita durante le mie emicranie, e già questo basterebbe per dire che sei migliore di quanto vuoi far credere - e di quanto io vorrei ammettere.
elipiccottero
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giovedì, 21 agosto 2008, ore 20:17

Pausa pranzo. Solito gelato, solita passeggiata sulle Rive. In cielo non c'è una nuvola, il sole è caldo, c'è appena un po' di brezza. Percorro il molo Audace fino in fondo, poi mi giro per tornare...

E S. Giusto mi balza incontro. Il castello, la cattedrale, gli alberi, l'intera collina si stampano nella mia retina come un pugno. Piazza Unità, al di sotto, sembra fatta coi mattoncini Lego. Il cielo è un vortice che mi risucchia, gli alberi così verdi da essere dorati.

Trieste in una giornata di sole perfetta, come questa, è un sogno, e insieme di una realtà sconcertante. E' Vienna trapiantata nel Mediterraneo, è una città nata da una serata con troppo alcool e molta allegria. I contorni dei palazzi sono così netti che se li sfiori potresti sanguinare. Le persone sono solo aliti di vento, fantasmi, fate.
 
Trieste nel sole acquista una sognante concretezza, che non avrà mai in una giornata di pioggia, quando il grigio del cielo e quello dei palazzi si fondono a perfezione, e l'asfalto fa la schiuma, come un sapone che si consuma perchè l'hai dimenticato sotto il rubinetto. Trieste sotto la pioggia scompare, col sole risorge.

In questi momenti, mentre le mie ossa si sciolgono nel sole, insieme a quelle di tutti coloro che mi circondano, sento di amare questa città, dove pure non posso sentirmi a casa. La amo quando in una giornata uggiosa l'odore del porto è forte e sgradevole, carico di salsedine e pesce marcio, ma mi ricorda che le Rive non sono nate per essere un salotto. La amo quando, a Natale o a Pasqua, le campane di S. Giusto cominciano a suonare sopra la mia testa, nascondendo ogni altro suono, battendo nel mio stomaco la gioia della festa. La amo quando gli ubriachi passano a tarda notte in via S. Michele, cantando a squarciagola e lanciandosi allusioni sconce. La amo quando arrivo in treno, nel tardo pomeriggio, e passate le gallerie mi si apre la vista del golfo, del mare, dei palazzi, e delle case nelle cui finestre puoi spiare, dal tuo vagone, mentre il sole cala e accarezza il Carso come una madre.

Non è casa mia. Non può esserlo. Non vuole esserlo. Ma è un posto dove tornerò, da vecchia, alla ricerca di questa luce sui palazzi grigi, e sugli alberi del colle di S. Giusto, col cuore colmo di amore per ogni pietra che calpesterò. 
elipiccottero
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