sabato, 27 settembre 2008, ore 20:01

Sono bambina, avrò otto anni, più o meno. E' notte, e sono nella casa in cui continuo a sognarmi, quando sogno di essere a casa. Anche se non ci vivo più da nove anni. Dormo.
Mio fratello mi scuote, o forse mi tocca appena, ma riesce a svegliarmi. Solo lui, il mio fratellino di tre anni più giovane, ci riesce.

Papà è tornato, andiamo a salutarlo.

Mio padre fa spesso tardi in officina, e noi andiamo a letto sempre alle 20.30, prima che lui rientri. Ora lui e mamma sono in cucina, la luce è accesa, si sentono le voci. Quando mio fratello mi chiama, contento che papà sia tornato, impaziente di salutarlo, mi alzo. Mi alzo sapendo già cosa succederà, perchè è successo tante volte, e chiedendomi come faccia mio fratello a non accorgersene. Capirò dopo anni che era troppo piccolo.

Arriviamo davanti alla porta della cucina, chiusa, con la luce che filtra dal vetro centrale. Un vetro decorato, non liscio, che non saprei descrivere a parole, ma che le mie mani ricordano ancora. Le voci ora sono distinte. I miei genitori stanno litigando. Come accade quasi sempre quando mio padre rientra tardi. La voce di mia madre è quasi tranquilla, quella di mio padre la aggredisce.
Mio fratello si ferma davanti alla porta, sentendoli litigare. La sua frenesia, l'urgenza di andare a salutare papà scompare. Scompare come il sorriso sulle sue labbra.
Restiamo lì, due bambini che ascoltano gli adulti e capiscono quello che dicono, ma non capiscono perchè. Soprattutto lui, mentre lo abbraccio per proteggerlo, non capisce bene cosa stia succedendo.

Sogno ancora questa scena, anche se meno spesso, da quando mio fratello sta meglio. Ma nel mio cuore, e nel mio abbraccio, lui è sempre quel bambino tremante e disorientato. Un bambino da proteggere, e da difendere dalla cattiveria del mondo.
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venerdì, 26 settembre 2008, ore 19:25

Ieri sera ero a cena fuori con due amiche, e si parlava di madri. Le nostre, ovviamente, ma anche alcune madri che ci capita di vedere intorno, più o meno nostre coetanee, a volte nostre conoscenti. Non essendo noi madri, il nostro punto di vista era quello di tre figlie, ma figlie adulte, che non vivono più coi genitori, e che tra mille difficoltà (economiche) cercano di rendersi del tutto indipendenti. Indipendenza necessaria in vista della creazione di una nostra famiglia, perchè negarlo? Tutte e tre la vorremmo, prima o poi.

Il rapporto tra genitori e figli, e nella fattispecie tra madri e figlie, non è sempre facile. Personalmente, sono stata molto fortunata. Mia madre è una donna intelligente e volitiva, con idee chiare sull'educazione dei figli. Ha abituato me e mio fratello a conoscere le regole, comprenderle e rispettarle. Ci ha spiegato con enorme pazienza perchè le cose dovessero essere fatte in un certo modo, ma poi si è sempre aspettata che agissimo in quel modo. E' stata affettuosa e presente, nonostante il lavoro e l'assenza di un marito quotidianamente al suo fianco. E' stata un esempio e un punto di riferimento, per quanto ingombrante e spesso umiliante, per me mediocre al suo confronto. E' stata la roccia cui noi figli ci siamo aggrappati in mezzo alla tempesta. Solo di recente mi sono resa conto di quanto sia stata eccezionale, e le ho chiesto: mamma, come hai fatto?

Dovevo farlo, per voi, e l'ho fatto.

Desidero avere figli, due o tre. Vorrei anche che avessero un padre migliore di quello che ho avuto io. Ma spero comunque di poter essere un po' come mia madre. Severa, ma tenera. Presente e sollecita, ma capace di lasciare spazio ai figli che crescono. Esigente, ma così affettuosa da guardare con indulgenza ai difetti e alle mancanze. Lucida nel notare i nostri errori, ma pronta a lasciarci liberi di sbagliare, per poi confortarci quando sbattiamo la testa.
Non somigliando a mia madre probabilmente non sarò come lei. Però mi auguro di poter essere per i miei figli la roccia stabile e serena che lei è stata per me. Spero che la mia fragilità non abbia il sopravvento, per poter sorridere e essere presente sempre, quando i miei figli - se mai ne avrò - ne avranno bisogno.
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giovedì, 25 settembre 2008, ore 15:30

Qualche volta sono infinitamente stanca. Stanca di essere sorridente (sorriso telefonico!), spiritosa, intelligente, brillante, disponibile. Stanca di essere un'amica. Stanca di essere autonoma e efficiente.

Per favore, fatemi tornare bambina, toglietemi di dosso questo fardello che è caduto sulle mie spalle troppo presto, e che so portare troppo bene. Fatemi credere che qualcun altro penserà a tutto, a livello pratico come a livello emotivo. Fatemi credere di non dover essere saggia e riflessiva anche per gli altri, come faccio ormai da una quindicina d'anni.

Ho sbagliato tutto nella mia vita. Ho puntato sull'intelligenza, sull'impegno, sulle capacità.

Errore.

Bisogna puntare sull'aspetto fisico, sul ricatto, sul sotterfugio, sulle raccomandazioni. Bisogna puntare al massimo col minimo sforzo.

Posso sempre cominciare anch'io, in fondo imparo velocemente...

elipiccottero
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mercoledì, 24 settembre 2008, ore 19:13

Costretta in un corpo di ghiaccio e fuoco,
Turbinante in me stessa,
Tranquilla.

Dolente in un giorno di tripudio,
Silente,
Oggi sono madre e sorella e amante.

Ciò che mi imprigiona mi protegge,
Ciò che amo mi sfugge
E mi raggiunge nella quiete.
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martedì, 23 settembre 2008, ore 10:19

Il corpo è un luogo strano. Siamo noi, e insieme ci viviamo dentro come in una casa in affitto, che cambia ciclicamente. E' la prima cosa che mostriamo agli altri, e ci sforziamo di renderlo rispondente all'immagine che abbiamo, o che vogliamo dare, di noi stessi. Eppure se non ci vediamo allo specchio per mesi, tutti interi, ci provoca sorprese.

Dopo parecchio tempo che non mi mettevo di fronte a uno specchio a figura intera (nel mio bagno tutt'al più ce n'è uno che mi arriva ai fianchi, ma riusciva a far sembrare grasso uno alto 1,75 e pesante 57 kg), mi sono vista, nuda, come sono ora. Mi tocca farmi un'immagine tutta nuova di me stessa, ma questo sarebbe il meno.

Non ricordo di essere mai stata così magra, se non da bambina. Non dirò che dopo quasi vent'anni sovrappeso la cosa mi dispiaccia. Ma è avvenuto piuttosto in fretta, e in maniera abbastanza inspiegabile, soprattutto visto che nell'ultimo periodo tutti si sforzano di iper-nutrirmi... e anch'io ci metto del mio, per esempio cenando due volte... Perciò un minimo di preoccupazione è giustificata, e domani me ne vado a farmi cavare un po' di sangue per vedere che non ci si trovino tanti piccoli alieni.

L'ossessione del peso e della forma è comune. Non sempre spinge a diete folli o sedute di allenamento in palestra fino a notte fonda, ma c'è chi se ne fa un cruccio oltre il necessario. Poi c'è chi aveva oggettivamente bisogno di dimagrire, c'è riuscito, ma continua a perdere peso. Come me, che pure lo faccio involontariamente. O come chi si guarda, si vede più attraente, e spinge il dimagrimento al limite, continuando a perdere peso anche quando il buon senso lo sconsiglierebbe. Capisco bene queste persone, io stessa rasento sempre questo modo di agire. Ma il desiderio di controllo non deve spingerci a farci del male, a usare la mente per mortificare il corpo, senza motivo reale.

Aspettiamo di vedere se ho gli alieni nel sangue. Se così non fosse, e io risultassi perfettamente sana, e il dimagrimento continuasse... bè, fanciulli, sarebbe il paradiso: mangiare di tutto, in abbondanza, e senza ingrassare!

elipiccottero

lunedì, 22 settembre 2008, ore 11:35

Parto sola in un pomeriggio soleggiato, guardando il mare fuori dal finestrino e riflettendo sulle distanze. Oltre a chiedermi quanto male mi farà la schiena... In effetti, passo l'ultima ora di viaggio in piedi, nello scompartimento vuoto, a contorcermi per alleviare il dolore.

Una partenza decisa con uno stretto margine, sull'onda di un'emozione che non ammetto nemmeno con me stessa. O meglio, di molte emozioni confuse, che voglio chiarire. Una partenza che lascia perplessi gli amici. Una partenza che mia madre disapproverebbe fieramente.

Week-end impossibile da raccontare, se non agli amici più intimi, e solo per vaghe allusioni. Week-end denso e rarefatto allo stesso tempo. Week-end ricco di parole, sensazioni, emozioni, e povero di avvenimenti.

Torno a notte fonda, maledicendo i treni in ritardo e l'autunno arrivato all'improvviso, con temperature degne di novembre. Torno sola, ma un po' meno. Con le idee più chiare, ma con nuovi dubbi.

Intanto rifletto sulle distanze.

elipiccottero

giovedì, 18 settembre 2008, ore 09:33

Scendendo per via Venezian, stamattina, ho incrociato un vecchio, malvestito e dall'aria imbronciata, il quale aveva in mano uno splendido mazzo di fiori rosso cupo (amaryllis, ho pensato, e Google conferma). Chissà a chi li portava... Erano fiori molto sensuali, se si può applicare una definizione del genere a dei fiori.

Mi piace chiedermi il perchè delle azioni e delle espressioni altrui. Ancora di più apprezzo chi dice esattamente come stanno le cose. Senza falsa modestia, posso affermare di essere la prima a dire le cose chiaramente. Non amo le ambiguità e le cose poco chiare.

Ultimamente ho avuto la fortuna di sentirmi dire in faccia molte cose, diverse fra le quali non esattamente piacevoli. Gli amici, i veri amici, ti mettono di fronte alla verità senza tanti complimenti. E se ti comporti da idiota scervellata, te lo dicono chiaro. Quando questo accade, vorrei abbracciarli forte e baciarli. Perchè anche se spesso so già quello che mi dicono, sentirmelo sbattere in faccia mi fa bene.

La sincerità è una qualità impagabile, e spesso impossibile da apprezzare. Fin da piccoli veniamo abituati a dissimulare, quando non addirittura a mentire, perchè ci sono cose che possono presentarci in una luce poco favorevole o renderci vulnerabili. A volte mentiamo per non ferire, e mi rendo conto che spesso la mia eccessiva sincerità ha fatto danni. Ma la menzogna continua, la continua dissimulazione, finiscono per imprigionarci in una gabbia oscura, dalla quale fatichiamo a uscire, e che ci impedisce di vedere noi stessi per quello che realmente siamo. Non ci conosciamo più, nè conosciamo le motivazioni che ci spingono ad agire in un certo modo. Ci costruiamo dei personaggi che poco hanno a che vedere con le nostre reali qualità, e finiamo per esserne schiavi, incapaci di vedere quanto siamo migliori della maschera che ci siamo auto-attribuiti.

Per questo serve avere intorno persone pronte a dirci le cose come stanno. Anche a costo di far crollare la meravigliosa impalcatura che ci sorregge, ma che certo limita la nostra capacità di agire. La verità è spiazzante, dirompente. Ci lascia nudi e privi di difese. Allo stesso tempo, è di enorme sollievo.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno detto la verità. La verità sui miei errori. Sui miei difetti. Ma anche sulle mie qualità e capacità. Allo stesso tempo, chiedo scusa a tutti coloro che ho ferito. Mi rendo conto di essere spesso indelicata. Sappiate solo che sono molto più critica, e brusca, con le persone cui voglio bene.

elipiccottero

lunedì, 15 settembre 2008, ore 12:14

Le strade sono gole
Nelle quali fischia il vento
Che solleva le mie spalle
Nel respiro delle nuvole.

Nel mio cuore scorre un fiume
Che ha scavato una gola profonda
Dove il vento non può entrare
E il sole non scalda.

elipiccottero
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lunedì, 15 settembre 2008, ore 11:46

E' domenica sera. Sono seduta davanti al computer. E' stato un weekend di tutto riposo. Eppure sento la testa che se na va per conto suo, gli occhi che si chiudono, come se fossi un po' brilla o avessi preso un medicinale forte.

Dolore. Fitte intense alternate a un indolenzimento sordo. In vari punti. In qualsiasi posizione. E il cervello stacca, cerca di tamponare, di farmelo sentire meno...

La malattia ha sempre segnato la mia vita. Da bambina erano tonsilliti e malattie infettive, poi il sistema immunitario si è rinforzato, e ora raramente prendo più di un raffreddore. Però sono cominciati i problemi alle articolazioni.

Intendiamoci, non temo il dolore in sè, anzi, provo una sorta di perverso piacere. Come se fosse la giusta punizione per i miei difetti. Ma non sopporto di essere bloccata nelle mie attività consuete. Temo il giorno in cui i dolori saranno così forti da limitare seriamente la mia vita. E soprattutto, non tollero il modo in cui il dolore mi ottenebra.

Nego la malattia. Nego il dolore. Mi rifiuto di prendere antidolorifici, perchè è vero che mi danno sollievo, ma stordiscono. Temo la malattia, come qualsiasi limite alla mia libertà. Non voglio che diventi centrale nella mia vita, come per esempio lo è in quella di mia madre o di alcuni amici, che fanno continui controlli, e per ogni inezia cercano una spiegazione medica.

Odio il dolore perchè mi mette di fronte alla mia limitatezza.

elipiccottero
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mercoledì, 10 settembre 2008, ore 20:51

Trattandosi di me, prima o poi ne devo parlare. E visto il periodo che sto passando, potrebbe essere una buona terapia.

Depressione. Probabilmente la diagnosi più banale che si possa fare in un adolescente. Per quanto mi riguarda, ero pre-adolescente. Mi sentivo diversa, mi facevano notare che ero diversa. O forse era tutto nella mia mente. Avendo la madre che avevo, la mia auto-coscienza era già sufficiente a farmi dire: voglio andare da uno psicologo.

Ci sono psicoterapeuti bravi, mediocri e francamente pessimi. Prima sono andata da uno che era stato consigliato a mia madre, ma che lei non conosceva. Sono uscita dal secondo colloquio piangendo di rabbia, e dicendo che non ci sarei tornata mai più. Mi derideva, il professionista.
In seguito sono stata più fortunata. Forse era più capace, forse aveva solo capito come prendermi. Mi dava l'avvio, e io parlavo per un'ora. Finchè un giorno, a metà di uno dei soliti monologhi, non mi sono bloccata, fulminata dalla comprensione.

"Non è che il mio problema è il mio rapporto con mio padre?"

Ha sorriso. La diagnosi, comunque, era di una depressione non grave, che poteva essere affrontata con la sola psicoterapia. Insomma, signore e signori, non sono matta. Ma ho passato momenti neri. Nerissimi. Momenti in cui nulla al mondo mi interessava più. In cui stavo male, e desideravo stare anche peggio. In cui la morte era l'unico desiderio...

Che banalità, ho pure tentato il suicidio, seppure in un modo goffo e ridicolo. C'erano due persone con me quel giorno: una che aveva la possibilità di fermarmi, e rideva perchè non credeva facessi sul serio, e l'altra che aveva capito che per quanto ridicolo, se visto da fuori, quello era un tentativo tutt'altro che dimostrativo, ma non aveva fisicamente la possibilità di fermarmi. Se sono qui, e lo sto raccontando (rossa di vergogna), vuol dire che alla fine la seconda persona ha fatto capire alla prima che ero terribilmente decisa.

Tra alti e bassi, un mio equilibrio l'ho trovato. In linea di massima sono una persona serena, anche allegra. Poi arriva...

Non c'è motivo. C'è solo qualche avvisaglia. Ormai le riconosco. Sono cominciate una decina di giorni fa. Sto resistendo strenuamente, ma sento che come al solito cederò... Passerò qualche giorno di apatia, di incapacità di far fronte a tutto ciò che è per lo meno necessario. Poi mi scuoterò, e tornerò a camminare a testa alta, senza sentire quel peso sulle spalle...

Per quanto? Sarà sempre così? Chi mi vivrà accanto dovrà sopportare per sempre queste giornate, in cui sono veramente orribile? E come posso pensare di avere dei figli, se mi sento in bilico, senza sapere se la prossima crisi sarà sostanzialmente leggera, com'è stato finora, o se finalmente rinuncerò al mio equilibrio?

Vorrei piangere, e non ci riesco.
elipiccottero