lunedì, 22 dicembre 2008, ore 19:47
Siccome ormai son diventata un'assidua frequentatrice di treni&stazioni, mi capita spesso di fare osservazioni sulla fauna tipica. Per esempio, quelli che salgono su un treno a prenotazione obbligatoria, dotati di bagaglio di peso complessivo pari a quello della sottoscritta, e senza guardare nè su che carrozza si trovino, nè quale sia il numero del posto loro assegnato dall'onnipotente computer di Trenitalia, si piazzano nel primo sedile libero che riesce loro di trovare. La conseguenza, come è facile immaginare, è che dopo cinque minuti (o, ben che vada, alla stazione successiva) arriva la persona cui quel posto è stato assegnato e il passeggero-che-non-legge-il-biglietto deve alzarsi, spostare le valigie piene di cadaveri e mettersi alla ricerca del proprio posto. In genere, questo accade fra grandi lamentele, sbuffi e urtoni dati ai vicini. Da parte dell'usurpatore, sia ben chiaro.
(Scrivo con una gatta appesa alla spalla sinistra, la quale di quando in quando si issa aiutandosi con le unghie e fa dondolare le zampe posteriori, a mo' di altalena... il tutto continuando a fare le fusa. Non che mi aspettassi che i miei gatti fossero sani di mente, ma speravo che non fossero completamente pazzi...)
Un'altro animale ferroviario, la cui diffusione tende ad aumentare col passare del tempo, è il passeggero-col-trolley.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di fanciulle agghindate come per andare a una festa, di signore non più giovani le cui forze tendono a scemare, o di uomini in giacca e cravatta che sorvegliano attentamente il proprio abbigliamento ogni cinque minuti, al fine di evitare che possa spiegazzarsi. La dimensione del trolley è generalmente direttamente proporzionale all'incapacità del soggetto di portare pesi cospicui. Passeggiano nei corridoi delle stazioni e sui marciapiedi dei binari col naso per aria, guardando (forse) solo davanti a sè; di certo, non badano affatto agli stinchi degli altri, che colpiscono impietosamente ogni volta che devono far sterzare il loro bagaglio.
Avrete capito che i trolley non mi piacciono, e tendo ad estendere questa avversione anche a coloro che li utilizzano.
Il trolley è rigido, perciò può contenere una quantità di oggetti rigidamente fissata; si deve trattare di oggetti di forma regolare, altrimenti il numero viene a ridursi ulteriormente.
Il trolley è pesante, anche quando è vuoto, perchè non è quasi mai fatto di stoffa, o se lo è ha una impalcatura simile al busto delle nostre bisnonne; certo, ha le ruote, ma in tutte le stazioni(fanno eccezione le stazioni di testa), per spostarsi da un binario all'altro, bisogna percorrere dei sottopassaggi raggiungibili solo tramite scale. E per salire sui treni bisogna issare il bagaglio-comodo-da-trasportare su per due o tre scalini che a volte sono difficili da salire anche senza nessun peso.
Essendo rigido, diventa difficile da collocare in tutte quelle situazioni in cui il treno è pieno e i portabagagli piccoli e già ingombri. Il trolley, a meno che non sia molto piccolo (delle dimensioni di uno zaino scolastico, per intenderci), non può essere infilato tra i sedili, e viene perciò tenuto dal proprietario davanti alle proprie gambe (con immensa gioia del giocatore di basket seduto di fronte, il quale guarda imbarazzato la signorina di turno trattenendosi con ogni evidenza dal chiederle se è completamente idiota) o nel centro del corridoio, dando luoghi a violenti alterchi con quei poveretti che per lavoro passano col carrellino dei generi di conforto.
Insomma, la valigia su ruote si va diffondendo a macchia d'olio, e i dinosauri che viaggiano con borsone o zaino diventano sempre più rari. Ma, stranamente, sono quelli che riescono a prendere coincidenze risicate, e che escono per primi dalla stazione.
Meditate, gente, meditate.
elipiccottero
martedì, 16 dicembre 2008, ore 19:16
"Cosa fai nella vita? Studi o lavori?"
Ora, va bene che sembro più giovane di quello che sono, va bene che sono molti coloro che vanno fuori corso (me compresa, di un paio d'anni), ma se a 27 anni stessi ancora studiando mi porrei molte domande su me stessa e sulle mie scelte...
Non che ora io non me le ponga. Quando hai un diploma e una laurea uno più inutile dell'altra, dal punto di vista lavorativo, farsi qualche domanda è inevitabile.
Tuttavia, non avrei continuato a studiare. Il mondo pseudo-adulto degli eterni studenti mi stava diventando insopportabile. Bambini semi-responsabilizzati, con voglie da adulti, ma senza la capacità di prendere porte in faccia, delusioni, guai (anche grossi) come tante occasioni di imparare, di migliorarsi. Sarebbe forse stato più comodo, ma quando mia madre mi ha detto di andarmene e cavarmela da sola ho preferito farlo totalmente (o quasi... quanto mi rode quel quasi...).
Attualmente, lavoro. Part-time. Il resto del tempo, cerco un altro lavoro. Accontentarmi di un impiego poco stimolante e decisamente sottopagato non sarebbe da me, e sebbene io non possa permettermi di lasciarlo su due piedi faccio quanto è in mio potere per andarmene prima possibile. A volte ho anche l'impressione di chiedere troppo alle mie forze... ma resisterò.
Una cosa che tuttavia non potrei accettare sarebbe svolgere le mie mansioni, qualsiasi esse siano, al di sotto delle mie capacità. Ho fatto la sguattera, la badante, la cameriera, e ora lavoro in una versione moderna di una catena di montaggio, ma ho sempre dato il massimo. Non lo faccio per mettermi in mostra, o perchè penso di trarne chissà quali vantaggi. Trovo semplicemente inconcepibile fare una cosa a metà.
Non importa quanto sia umile il lavoro. Quanto poco sia pagato. Quanta poca stima io possa ricavare dagli altri, quando dico cosa faccio. La mia sicurezza di me dipende solo dalla stima che posso avere di me stessa. E la consapevolezza di fare bene ciò che faccio, e che questo mi permette di essere (quasi) indipendente, mi fa felice.
Non sono del tutto indipendente. Forse, non sono nemmeno ancora adulta. Ma ci sto lavorando. E visto che in ogni lavoro metto tutta me stessa, per farlo bene, non dubito che riuscirò presto a raggiungere i miei obiettivi.
elipiccottero
venerdì, 12 dicembre 2008, ore 17:42
Fuori tira vento, fuori fa freddo. Fuori è inverno, e forse anche in casa - mezzi guanti e pantofole-orsacchiotto. Mi manca il lungo inverno di montagna, col freddo che ti stringe il cuore e mozza il fiato. Il gelo che mi restituisce all'infanzia, bimba rosea e felice.
Siamo a metà dicembre, si avvicina Natale. Bancarelle, dolciumi, regali, ferie. Tutti programmano vacanze più o meno lunghe. Chi non parte, attorno a me, lo rimpiange.
Li osservo curiosa.
Natale con la famiglia. Suppongo possa essere piacevole. Non so. Anni fa, forse, lo è stato anche per me. Ma neppure la mia prodigiosa memoria, ora, mi viene in aiuto. Ricordo un paio d'anni in cui Santa Lucia, più che regali, ha portato il divertimento di preparare fieno, latte e biscotti, e ritrovare la cucina simile a un fienile, la mattina dopo. Nient'altro. I Natali recenti, almeno quelli passati in famiglia, preferirei riuscire a scordarli.
Odio essere felice a comando, odio essere buona a comando, odio avere una famiglia una volta l'anno. Io non ho casa, non fingerò di averla. Forse un giorno una famiglia l'avrò. Per il momento, vorrei solo capire perchè tutti intorno a me si affannino tanto...
Mi piacerebbe poter lavorare il giorno di Natale.
elipiccottero
venerdì, 05 dicembre 2008, ore 13:15
Attendevo da giorni che arrivasse questo week-end. E più si avvicinava, più avevo motivi per attenderlo. Motivi pratici e motivi sentimentali. Desideri e problemi. Ieri sera sono andata a dormire agitata, felice. Non ho dormito granchè bene, la scorsa notte, in effetti. Continuavo a svegliarmi al pensiero di quanto più bello sarebbe stato coricarsi stasera...
Si sa, non sempre le cose vanno come vorremmo. Tutti conoscono la legge di Murphy, o, più tradizionalmente, gli imprevisti che la vita ha in serbo per noi. Lo accetto, sia chiaro, non tacciatemi di egoismo. Ma quando ho saputo che per colpa di piccoli organismi malignamente dispettosi sarei stata sola a casa anche in questi giorni... ho pianto. E ripensandoci, le lacrime mi salgono ancora agli occhi.
La cosa mi fa riflettere. E mi spaventa. Mi spaventa molto.
elipiccottero
martedì, 02 dicembre 2008, ore 10:27
C'è una cosa che mi capita da due o tre settimane. Fastidiosa sempre, ma in modo particolare ora che essendo malata sono a casa tutto il giorno.
Stamattina sono stata svegliata dal telefono. Non era particolarmente presto, certo, ma io dormirei a lungo... visto che riesco a fare ben poco d'altro. Non mi sono mossa. Ha suonato 3 volte, poi ha smesso.
Se io avessi risposto dopo il terzo squillo, avrei sentito il segnale di linea libera, o quello di occupato, che si sente quando la linea cade. Se avessi risposto prima del terzo squillo, ci sarebbe stato assoluto silenzio, per quattro o cinque secondi, e poi il rumore di sottofondo di un call center, e una voce che dice "Pronto?", quando io ormai sto mettendo giù.
Lavorando in un call center, alla terza o quarta telefonata ho capito cosa stava succedendo. E al di là del fastidio, la cosa mi ha fatto riflettere.
Evidentemente, il mio numero di telefono - sotto il nome del mio padrone di casa - è finito nel database di uno di quei call center in cui non sono gli operatori a comporre il numero, ma una macchina, la quale fa squillare tre volte, e se entro il terzo squillo c'è risposta "spara" la chiamata in cuffia all'operatore. Se non c'è risposta, passa al numero successivo.
E' un sistema che serve a ridurre lo spreco di tempo e aumentare la produttività, dicono. L'operatore non può tergiversare tra una chiamata e l'altra, e i vecchietti che non capiscono cosa si sta dicendo loro non hanno il tempo di raggiungere il telefono. Apparentemente, è perfettamente logico.
Di fatto, mentre i call center "lenti" riescono a ottenere una mia risposta (che poi io quasi sempre riesca a chiudere nel giro di pochi secondi, è un altro discorso), questo call center super-efficiente non è mai riuscito a parlare con me - e con molti altri, suppongo. L'unica volta che ho effettivamente sentito la voce di un operatore, stavo già mettendo giù, perchè c'è un ritardo tra la risposta e il momento in cui l'operatore si accorge di avere la chiamata in cuffia.
Inoltre, si tratta di un sistema che riduce di fatto l'operatore a schiavo della macchina, che gli detta i tempi e decide quali e quante chiamate dovrà fare. Immaginatevi legati a una macchina, tramite il cavo di una cuffia, costretti ad attendere di essere collegati telefonicamente a una persona che con ogni probabilità vi manderà a quel paese... Il lavoro di operatore di call center è già abbastanza faticoso e alienante, questo tipo di migliorie non fanno che peggiorarlo.
Cosa vuol dire lavorare in un call center?
Vuol dire perdere il diritto alla propria identità, al proprio cognome; vuol dire rispondere a persone che sono sicuramente arrabbiate, perchè il call center si chiama solo quando c'è un problema, o chiamare persone che si arrabbieranno non appena direte perchè le chiamate. Vuol dire stare seduti davanti a un computer, con un telefono accanto, e il collo e le spalle alla lunga fanno male, credetemi. Vuol dire essere trattati con commiserazione o con fastidio anche da chi vi conosce nella vita al di fuori da lì, non appena scopre che lavoro fate... perchè chi lavora in call center è all'ultimo gradino della scala sociale, insieme ai mendicanti e a coloro che lavano i vetri ai semafori.
C'è un desiderio che mi piacerebbe si avverasse: vorrei che per una settimana tutti i call center del mondo smettessero di funzionare. Dopo di che, vorrei vedere quante persone continuerebbero ad auspicare la loro cancellazione dalla faccia della terra.
elipiccottero
lunedì, 01 dicembre 2008, ore 10:34
Me ne sto a casa malata, con due maglioni addosso. L'uscita per andare dal medico si è conclusa con tremarella e sudori freddi al rientro. Era parecchio che non stavo così male... riesco perfino ad avere febbre vera, e non solo qualche linea!
Approfittando della febbre, mi dò a pensieri sparsi. La scusa è ovvia: sto delirando.
Un politico non di primissimo piano viene eletto alla presidenza di una importante commissione, dopo mesi di litigi, con modalità non del tutto rispondenti al galateo istituzionale; dopo questa elezione, maggioranza e opposizione si accordano su un altro nome. Il partito cui appartiene il neo-eletto dichiara che egli si dimetterà immediatamente. Lui, naturalmente, non lo fa.
Sorge spontanea una domanda: ma davvero credevate che un politico, una volta ottenuta una poltrona, la lasciasse per motivi che non siano la sua morte o una denuncia penale?
L'amore è una cosa meravigliosa (dicono). Tutti cerchiamo amore, o meglio, l'Amore con la A maiuscola, quello che durerà tutta la vita e ci renderà completi nell'unione col nostro partner... Ci facciamo però tutta una serie di idee su come tale unione dovrà essere, su come dovrà essere tale partner, finendo per non apprezzare le cose veramente preziose che la vita ci offre, o per scambiare per amore eterno una infatuazione da ragazzini. Calma. Non sarò io a dare lezioni d'amore, ma che certe cose siano assurde non è difficile da capire...
Sapete che ricerche sociologiche dimostrano che c'è una correlazione fra solitudine e morbilità? Ovvero: chi vive solo si ammala più facilmente. La cosa è più osservabile - e osservata - nelle persone anziane, ma chi dice che anche una giovincella mia pari non risenta della solitudine? In fondo, mi tocca comunque fare tutto, anche se ho 38° di febbre (l'ultima volta che l'ho avuta così alta avevo 14 anni e c'era mammina a badare a me), e già lavare i piatti mi riduce molle e tremante come un budino. Mi offro come oggetto di studio, basta solo avere un po' di compagnia...
La prossima settimana mi attende la seconda, folle tornata della mitica selezione. Speriamo bene.
Al momento, mi dedico solo a cercare di stare meglio. E a delirare creativamente... in questi giorni di febbre, faccio sogni complessi e bellissimi. Ma quelli, se permettete, me li tengo per me.
elipiccottero