martedì, 27 gennaio 2009, ore 14:17

Una borsa di tela con fiori dipinti, un poco di spesa. Quattro piani di scale che ormai erano come due, e lentamente si dilatano di nuovo. Una porta bassa, una tana calda e accogliente che presto diventerà una trappola.

Venerdì al lavoro ho fatto la sera, e nel posto dove lavoro fare la sera del venerdì significa innanzi tutto annoiarsi a morte... non chiama nessuno, nemmeno per fare prove. Mi son portata un libro. Tre ore a fissare lo schermo facendo giochetti ripetitivi sarebbero state troppe. Caso ha voluto che il libro che stavo - e ancora sto - leggendo fosse una raccolta delle tragedie di Eschilo.

A scuola avevo letto l'Orestea, e non mi era piaciuta per niente. Oddio, Eschilo è pesante anche ora, dopo tredici anni, ma penso che molta della mia avversione fosse allora dovuta al fatto di essere obbligata a leggere qualcosa perchè così volevano i professori... fenomeno che più o meno ogni studente ha sperimentato. Sto rileggendo parecchie di quelle cose che avevo detestato, e in effetti ne vale la pena...
Un giorno forse arriverò a rileggermi la Divina Commedia. Forse.

Mi sono trovata verso le 21.30 a riflettere su Cassandra, la profetessa cui nessuno crede.
Cassandra ha il dono della profezia... sempre che si possa parlare di dono in riferimento alla peggior disgrazia che possa capitare a un essere umano: sapere cosa riserva il futuro. Siccome Apollo la vuole, ma lei non glie la dà, il dio la punisce facendo sì che, da quel momento in poi, nessuno creda alle sue profezie, se non, ovviamente, quando queste si sono avverate (e a quel punto non ci vuole molta fede...). Durante tutta la guerra di Troia, Cassandra non fa che predire una sfiga dietro l'altra, e se non fosse figlia del re finirebbe a mendicare, derisa da tutti e cacciata dalla città. Troia, come è noto, cade, viene saccheggiata e distrutta; Cassandra viene data come bottino di guerra ad Agamennone, re vincitore, e da lui condotta ad Argo, dove la profetessa dovrà condividere col non desiderato padrone un destino di morte, procurato dalla fedifraga Clitemnestra. Cassandra sa anche questo, ma non tenta nemmeno di opporsi, forse desiderosa di porre fine a una vita decisamente poco felice.
La vergine profetessa vede due volte la distruzione della sua città e lo sterminio della sua famiglia; due volte vede la propria morte; tuttavia, non può o non vuole opporsi al destino, che puntualmente si compie.

Non credo al destino, sono una di quelle testarde sostenitrici dell'autodeterminazione di ciascuno di noi. A volte, però, mi sento sballottata dalle circostanze, senza la possibilità di scegliere realmente, condotta dalla vita per un corridoio lungo e poco piacevole, sul quale non si aprono porte dalle quali poter fuggire. Mi trovo, improvvisamente, a sperare che lo stesso caso che mi ha messa qui, ora, in quell'insieme di circostanze che è attualmente la mia vita, apra improvvisamente una porta che mi conceda di uscire, cambiare direzione, scappare.
La realtà è pesante, e non posso dividere questo peso con altri.
elipiccottero

giovedì, 22 gennaio 2009, ore 19:55

Dici una cosa una volta, a chi di dovere; ti si dice che hai ragione, e pensi che la cosa sia finita lì.
Scopri che il messaggio non è stato recepito, allora ribadisci il concetto una seconda volta, e per un po' di tempo sembra che sia stato compreso.
Ecco che di nuovo salta fuori che le tue parole sono state dette al vento... allora che fai? Ribadisci il concetto per iscritto a chi di dovere, annunciando che per tutelarti non ti limiterai a dire le cose, ma muterai atteggiamento, e informi della cosa anche le persone che da questo mutamento rischiano di subire un danno.

Si scatena il finimondo, alle tue spalle, ma a quanto ti è dato di capire accade perchè le tue parole sono state rivestite di significati nascosti che non avevano.

Viene da interrogarsi: le persone sono così abituate a non dire le cose da essere incapaci di cogliere il significato di una comunicazione lineare e diretta, o semplicemente hanno voglia di litigare e per raggiungere questo scopo tutto fa brodo?
Se è vera questa seconda ipotesi, il mondo è un posto anche peggiore di quanto pensassi, ed è difficile che mi capiti di essere accusata di eccessivo ottimismo.

Io non ho voglia di litigare. Sto male, e le cose non miglioreranno per un po'. Auguro sentitamente a chi non vuole capire, sebbene io abbia parlato chiaro, di fare una vacanza in un Paese straniero e lì ammalarsi gravemente, qualcosa di doloroso e che richieda un lungo ricovero in ospedale... ovviamente, un ospedale del Paese straniero di cui sopra, ben lontano da casa e dalla famiglia.
elipiccottero
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mercoledì, 21 gennaio 2009, ore 18:27

Non è il momento di pensare, sarebbe il momento di riposare. Ma il tempo non c'è, non ci sarà, e con quest'idea ormai ho fatto la pace.

Vorrei non desiderare altro che ciò che è giusto. C'è gente che ci riesce, almeno apparentemente, e mi chiedo come facciano. Io sono sempre divisa tra ciò che è giusto fare, e ciò che vorrei.

Pazienza.

Interverrà il mio granitico senso del dovere, e finirò per fare ciò che è giusto. Il che, in un certo senso, mi darà pace. Mi piacciono i colpi di testa, ma l'unica possibile vittima devo essere io. Altrimenti smettono di provocarmi sensazioni gradevoli, e cominciano a divorarmi dall'interno.

Ad ogni crisi, comunque, raggiungo sempre la stessa conclusione... Quando mia madre morirà, sarà un momento tremendo. Smetterò di avere un pilastro su cui scolpire le mie decisioni, e dovrò farle stare in piedi interamente da sola.
elipiccottero

sabato, 17 gennaio 2009, ore 11:07

C'era una volta un'azienda privata il cui scopo dichiarato, in quanto privata, era il guadagno. Quest'azienda forniva servizi ad altre aziende, le quali la pagavano in base al livello di efficienza raggiunto.
In origine, quest'azienda aveva ben pochi dipendenti veri e propri, ma utilizzava contratti di collaborazione, meno onerosi, i quali perciò consentivano un maggior margine di guadagno; poi una legge dello Stato (oppressivo come sempre nei confronti dell'iniziativa privata) costrinse l'azienda ad assumere i collaboratori, in quanto svolgevano mansioni non compatibili con quella tipologia di contratto. Le spese per l'azienda aumentarono.
Come si affrontò allora la nuova situazione, in modo da poter continuare a guadagnare?
Nessuno pensò di riorganizzare il lavoro, nè si provvide a premiare chi lavorava molto e volentieri o a richiamare chi, al contrario, faceva poco e commetteva molti errori. Si pensò invece di spremere le persone cui lavorare piaceva, portandole in alcuni casi sull'orlo di una crisi di nervi, e di dare vantaggi a chi, al contrario, lavorava solo perchè costretto, e faceva perciò il proprio lavoro nel peggior modo possibile, arrecando così un danno all'azienda. I pigri ebbero ciò che volevano; i volenterosi ebbero solo risposte vaghe e vaghe promesse.
Questo sistema anti-meritocratico ebbe i risultati che ognuno si può attendere: l'azienda cominciò a perdere danaro, e si rese necessario uno di quei giochetti legali che permettono di addossare tutte le perdite a un'azienda-fantoccio, mentre gli utili vanno tutti a un'altra (è stato fatto anche a livello molto più grande, in fondo). Alcuni dipendenti, sentendo che ormai la nave stava per affondare, se ne andarono; fra chi rimase, molti si chiesero quanto si sarebbe potuti andare avanti.
Quando il carico di lavoro aumentò notevolmente, qualcuno nell'azienda si avvide che forse così non si poteva continuare; e fu deciso che tale carico sarebbe stato per lo meno diviso equamente fra tutti i dipendenti.
Dopo pochi giorni, coloro che già erano stati ampiamente sfruttati per la loro voglia di far bene il proprio lavoro cominciarono a sospettare che ancora una volta l'azienda avesse fatto loro vuote promesse, così da tenerli tranquilli ancora per un po'; e si misero pazientemente in attesa, come belve che scrutano la preda, per vedere cosa sarebbe accaduto...

Questa storia è purtroppo vera. A meno di totali rivolgimenti, è evidente che c'è un solo finale possibile, per l'azienda. C'è però una domanda che mi pongo, in merito ai (pochi) volenterosi rimasti:
E' più umiliante accettare un lavoro servile o una situazione di dipendenza da altri, o continuare a elemosinare la paga da chi ride di chi ha voglia di fare, e premia i parassiti?
elipiccottero
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venerdì, 16 gennaio 2009, ore 15:39

Mi è stato fatto notare, da persone che mi sono vicine, che io non mi lamento. Punti di vista, a me pare di farlo, ma è vero che cerco di limitarmi. Perchè non amo chi si lamenta, chi vede la propria vita come la summa di tutte le disgrazie, e se ne lagna con chiunque capiti a tiro, magari non accorgendosi che la persona su cui riversa questo fiume di lamentele è messa molto peggio, ma tace stoicamente.
Mi è stato fatto altresì notare, però, che a volte lamentarsi è utile, perchè chi ci sta intorno non sempre può accorgersi di tutto, specie quando si tratta di persone che, come me, nascondono molte cose per pudore e orgoglio.
Perciò credo che mi lamenterò, per una volta, cercando di essere chiara.

Faccio un lavoro alienante, di nessuna soddisfazione e sottopagato; qualcuno ha osservato che la mia retribuzione non è tanto male, per un part-time. Solo che io non ho chiesto un part-time, me lo sono visto affibbiare mio malgrado; e siccome sopravvivere a stento è meglio che morire di fame, ho anche accettato.
Sopravvivere a stento, sì: non concedermi nulla che non sia strettamente necessario, o almeno molto utile. Perchè se capita un'emergenza, devo aver messo da parte due soldi per poterla affrontare, e di emergenze ne capitano ogni volta che guardo il mio estratto conto e dico: "Se continuo così, il mese prossimo mi posso concedere qualcosa di più..."
Vivo da sola. Non sola nel senso che non sto più coi miei genitori, ma proprio sola. Non ho coinquilini che mi possano aprire se dimentico le chiavi, o con cui accordarmi su chi deve essere in casa quando verranno a leggere i contatori o a riparare la caldaia, o a cui dire "Ho dimenticato di comprare il sale, lo prendi tu quando rientri?". Quando dico sola, intendo proprio sola.
Da almeno un mese, le mie articolazioni mi fanno vedere le stelle. Non parlo del solito ginocchio, che ogni volta che piove o tira vento mi segnala premurosamente il cambiamento meteorologico con due giorni di anticipo... parlo delle spalle, del collo, di tutta la spina dorsale, delle braccia, del bacino che spesso mi impedisce anche di stare seduta per più di mezz'ora. Dolori accecanti... letteralmente. Perchè non riesco nemmeno a vedere ciò che mi accade attorno.
Infine, mi sono ammalata di nuovo, e giustamente mia madre mi ha chiesto: "Come mai quest'anno ti ammali tanto?" Perchè sono stanca, mamma, perchè i miei colleghi a Natale se ne vanno in ferie, nonostante l'azienda avesse affermato che non sarebbero state concesse, mentre io me ne sono rimasta al lavoro nel periodo peggiore dell'anno; sono stanca perchè per cercare un lavoro migliore ho fatto i salti mortali, cose folli tipo andare e tornare in giornata da Firenze, e per mantenere rapporti con le persone cui voglio bene mi sono sobbarcata altri viaggi massacranti...
Sono stanca perchè la volontà è forte, fortissima, ma il fisico, lo sai bene mamma, non ce l'ha mai fatta a starle dietro.
elipiccottero

lunedì, 12 gennaio 2009, ore 20:13

Forse è presto per andare a dormire, ma la febbre mi stende. Pigiama adorato, calzettoni, un cumulo di coperte. Spengo la luce e mi sistemo, mi creo la mia nicchia. Solo il naso spunta fuori, e la trapunta forma due ali ai lati del viso.

Come ogni sera, appena spengo la luce un gatto pesante si acciambella in mezzo ai miei piedi, bloccandomi una caviglia. Stasera, bontà sua, le blocca entrambe.
Come ogni sera, appena spengo la luce un gatto che più che miagolare cigola risale dai piedi del letto verso la mia faccia, gioca col lenzuolo usando le unghie (come fanno i gattini sulla pancia della madre che li allatta), fa le fusa, e infine si acciambella all'altezza della mia spalla.
Come ogni sera, tiro fuori una mano da sotto le coperte e comincio a carezzarla, a grattarle la testolina, che lei gira per offrire alle carezze i punti più sensibili.

Mentre la carezzo sento il desiderio di afferrare la sua testa, che poggia su un collo tanto esile che riesco a circondarlo senza sforzo, e girare di scatto, spezzandole le ossa sottili. Il desiderio dura qualche minuto, mentre lei continua a fare le fusa fiduciosa e io continuo a carezzarla.

Reinfilo la mano sotto le coperte e auguro la buona notte ai miei gatti, sperando che il sonno arrivi presto.
elipiccottero
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domenica, 11 gennaio 2009, ore 11:58

Ieri sera ho rivisto "La battaglia di Algeri", film che mi era piaciuto fin dalla prima volta per il modo scarno di narrare, e per la compassione dello sguardo dedicato ai civili francesi morti negli attentati, nonostante il punto di vista sia decisamente favorevole agli Algerini del FLN.

La visione di questo film in questo specifico momento, dopo aver sentito tutti i notiziari della giornata, mi ha però condotta sulle vie di strani parallelismi...
Un Paese occupante, che ritiene di avere tutto il diritto di stare dove sta; un popolo che lotta, anche con mezzi violenti, per la propria indipendenza, sul proprio territorio; soldati in divisa in mezzo alle case; arresti di massa misti a propaganda; omicidi mirati...

Ci sono, naturalmente, anche differenze enormi, dovute all'epoca diversa, al luogo diverso, alla storia di questa guerra. Chi oggi occupa e bombarda non è uno Stato coloniale, lontano dalla terra occupata, ma un'entità statale che non esiste se non all'interno di quel territorio che, in gran parte, all'inizio non le apparteneva. La controparte che lotta per la propria indipendenza non è unita e concorde sui metodi da adottare; anzi, una parte di essa ha abbandonato i metodi violenti, preferendo le vie del dialogo, mentre l'altra porta avanti la lotta armata in modo spesso cieco e incurante della situazione reale.

Nonostante la riflessione razionale su circostanze storiche e politiche, il mio senso di disagio rimane. Mi pongo domande su indipendenza e autodeterminazione dei popoli, sul rapporto tra i fatti e la loro interpretazione (spesso utilizzata a fini propagandistici). Su ciò che è giusto, e ciò che è sbagliato. E fatico a dare ragione a una parte piuttosto che all'altra, se non in parte.

Il mio senso di giustizia mi porta a rischiare nello stesso tempo, a seconda del contesto, accuse di antisemitismo e di filosionismo.
elipiccottero

mercoledì, 07 gennaio 2009, ore 17:29

Non riesco a scrivere. Fatti, persone, sentimenti, si affollano sotto forma di pensieri e parole nebulosi, appena al di là della soglia della mia coscienza. Mi sfuggono, approfittando dell'immensa stanchezza che mi rende meno vigile.

Non vigilo nemmeno più su ciò che provo. Il rischio di scatenare la rabbia, quella vera, è concreto. Finora non è successo, un paio di volte mi sono fermata sull'orlo del baratro, mi sono vista partire all'attacco e mi sono ritratta giusto in tempo. Ne sono insieme contenta, perchè ho evitato di affondare gli artigli senza motivo in un petto su cui vorrei dormire ogni notte, e spaventata, perchè anche di fronte a una persona che mi affascina (senza che io comprenda come ci riesca così costantemente) sono e rimango pronta a lacerare e dilaniare senza motivo.

La stanchezza mi fa sentire insieme troppo piena, come se mi fossi ingozzata di idee e sensazioni, e totalmente svuotata, incapace di afferrare quella scintilla che, lo so, mi rende me.

Non ho voce.
elipiccottero
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