giovedì, 01 ottobre 2009, ore 16:18

Quest'estate si è parlato molto di pettegolezzi (chè tale sarebbe il significato di "gossip", e qualche volta potremmo ben usare termini italiani...) o presunti tali, di catastrofi che hanno coinvolto centinaia, migliaia di persone, e di quando in quando anche delle conseguenze che la perdita del lavoro può avere sulle persone. In più di un caso la disoccupazione, tragedia personale, si è trasformata in tragedia familiare, con il capofamiglia disoccupato che stermina coniuge e figli per poi togliersi la vita. Se ne è parlato come di semplice cronaca nera, con giornalisti che talvolta pontificavano sul fatto che non bisognerebbe lasciarsi andare così, che un lavoro bene o male si trova (in questo aiutati da politici che invitano i cassaintegrati a "rimboccarsi le maniche"), senza chiedersi quanto possa essere pesante l'impossibilità di provvedere a sè e ai propri cari in questa Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Fra questi fatti di cronaca, vi è stato il caso di una giovane donna, da poco madre di un bambino non riconosciuto dal padre e disoccupata, la quale ha ucciso il piccolo per poi togliersi la vita. Apparentemente, a detta dei soliti vicini e conoscenti, stava bene, adorava il piccolo, e poteva inoltre contare sull'aiuto del proprio padre. E tuttavia, la famigerata depressione post-partum ha fatto sì che facesse ciò che ha fatto...
Tra i vari articoli capitatimi sott'occhio in questa stessa estate, un trafiletto su un settimanale citava una ricerca, di fonte autorevole, secondo la quale la depressione post-partum di cui sopra non sarebbe dovuta nè alle repentine variazioni ormonali, nè all'improvviso senso di vuoto e di distacco, nè a una predisposizione della madre (sebbene questi fattori possano influire), bensì al clima familiare e alle pressioni a cui la puerpera sarebbe sottoposta.
Provate a immaginare: si prende in braccio il primo figlio, ed è così piccolo che non si sa come tenerlo, per paura di fargli male; bisogna allattarlo, e magari il latte tarda a venire, o il bambino non succhia e piange disperato; ci sono i risvegli notturni, uno per le mamme fortunate, di più nella maggior parte dei casi; il bambino piange, e allora bisogna capire cos'abbia, cosa non facile; spesso nei primi mesi il piccolo soffre di coliche dolorosissime, e tutto ciò che la madre può fare è guardarlo e ninnarlo mentre grida. Tutt'intorno, parenti e conoscenti che danno consigli su quanto vestirlo, che tecniche di allattamento utilizzare, se prenderlo in braccio o meno...
Tutti questi consigli sono disinteressati, nella maggior parte dei casi. Ma qualcuno che se ne viene fuori con osservazioni poco felici, o addirittura maligne, sull'incapacità della neo-mamma di far fronte a tutto, si trova sempre. Se a questo aggiungiamo la necessità di trovare un lavoro al più presto, e la paura di non riuscire a provvedere a quell'esserino che ci si è prese la responsabilità di mettere al mondo, è davvero così difficile capire cosa passa per la testa di una madre che uccide il figlio?
elipiccottero
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categoria : sfoghi, centro