sabato, 12 dicembre 2009, ore 16:04
Un pentito accusa il Presidente del Consiglio e un suo stretto collaboratore di aver avuto rapporti e accordi con la mafia, al fine di favorirla. I due accusati, comprensibilmente, si scagliano contro l'accusatore, accusandolo a loro volta di essere un bugiardo. Il governo tutto, a sua volta, si fa naturalmente attorno al suo presidente, il quale, appoggiato dai suoi ministri e portavoce, afferma che nessun altro esecutivo, in passato, ha fatto altrettanto contro la criminalità organizzata. Una gran quantità di giornalisti si accoda, chiedendosi come si possa prestar fede a un pluriomicida.
Come dovrebbe avvenire in ogni procedimento giudiziario, si interrogano le altre persone coinvolte dal pentito, ovvero tre boss attualmente detenuti. Uno di essi si riserva di non rispondere, adducendo motivazioni di salute; gli altri due negano di aver mai avuto rapporti coi suddetti, o di aver affermato quanto il pentito attribuisce loro.
Ora, ci sono un po' di riflessioni che, a mio parere, si possono fare sulla vicenda, che apparirebbe farsesca, se non si parlasse di accuse estremamente serie.
Anzitutto, mi chiedo se Presidente del Consiglio, ministro dell'Interno e tutta la compagine governativa sappiano che la lotta alla mafia non è condotta dall'esecutivo, ma da forze dell'ordine e magistratura; affermare che il governo attualmente in carica abbia fatto meglio di tutti i precedenti significa, a mio avviso, attribuire ai predecessori una sorta di volontà di coprire i mafiosi, accusa quanto mai grave.
Ai giornalisti che mettono in dubbio l'attendibilità di un pentito semplicemente sulla base del fatto che in passato abbia compiuto reati, anche efferati, vorrei ricordare che un magistrato oggi purtroppo defunto, e ucciso proprio dalle mani di coloro sui quali indagava, prestò molta fede alle parole di un signore dal passato non proprio specchiato, che cominciò a parlare non certo per una conversione al bene, ma per vendicarsi di chi gli aveva sterminato la famiglia; dalle informazioni fornite da questo, diciamolo pure, fior di delinquente, scaturirono arresti e processi che fecero una bella fetta di storia della lotta alla mafia.
Per quanto riguarda poi il fatto che i boss neghino di aver mai conosciuto il primo ministro e il suo collaboratore, francamente non mi stupisco, nè mi pare che questo avvalori la tesi di un complotto teso a screditare l'attuale maggioranza. In effetti, questo "no" ci lascia al punto di prima: se davvero accordi ci fossero, o ci fossero stati, non vedo perchè un importante esponente di un'organizzazione che basa moltissima della sua forza sul silenzio dovrebbe ammetterlo in aula; oppure, e francamente mi auguro che sia così, gli accordi effettivamente non c'erano, e allora i boss hanno detto la pura verità.
Come al solito, si dice tutto e il contrario di tutto, solo per dare addosso ai nemici politici, e chi, come la sottoscritta, vorrebbe semplicemente sapere come stanno davvero le cose, rimane sempre a bocca asciutta...
elipiccottero
martedì, 17 novembre 2009, ore 17:02
Mattina di nebbia fitta. La strada, fra due ali di bosco che tendono a richiudersi sopra la testa, si svolge sinuosa e piena di buche come al solito. Gli alberi son diventati gialli tutti insieme, all'improvviso. Due grandi fari, di fronte, e all'improvviso ti si para davanti un camion. La motrice bianca si vede appena, ha i margini indistinti. Nonostante il rombo, dà l'impressione di un fantasma che passi silenzioso.
Avrei voluto scrivere un post su tutto ciò che mi è accaduto da che ho lasciato Trieste. Si sarebbe dovuto intitolare "Vegetazione tipica della Lunigiana". Ci ho pensato troppo a lungo, troppe idee e troppi spunti si sono accumulati, troppe cose sono cambiate. Rimane solo la Lunigiana, bella e difficile, con le sue strade da incubo e la difficoltà a trovare lavoro, ma anche con la sensazione che si prova di essere sempre e comunque persone, a prescindere da ciò che si ha e dal lavoro che si svolge.
Ho provato a cercare lavoro da queste parti. Ne sono uscite una serie di chiamate per colloqui, una più improbabile dell'altra. Ne è uscito anche un colloquio, al quale son stata subito scelta. Da qui, due settimane avanti e indietro da Carrara (che è dietro l'angolo, ma insieme non lo è), per capire che ci sono cose che ora non posso più fare, per quanto io mi impegni.
Mi accingo a ripartire, per avere una casa, una famiglia e una vita. O per lo meno, perchè le abbia mia figlia. Perchè anche se mi fido di chi ci accoglierà, ho imparato molto bene che nella vita succedono cose molto più strane di quanto ci si possa immaginare.
elipiccottero
giovedì, 01 ottobre 2009, ore 16:18
Quest'estate si è parlato molto di pettegolezzi (chè tale sarebbe il significato di "gossip", e qualche volta potremmo ben usare termini italiani...) o presunti tali, di catastrofi che hanno coinvolto centinaia, migliaia di persone, e di quando in quando anche delle conseguenze che la perdita del lavoro può avere sulle persone. In più di un caso la disoccupazione, tragedia personale, si è trasformata in tragedia familiare, con il capofamiglia disoccupato che stermina coniuge e figli per poi togliersi la vita. Se ne è parlato come di semplice cronaca nera, con giornalisti che talvolta pontificavano sul fatto che non bisognerebbe lasciarsi andare così, che un lavoro bene o male si trova (in questo aiutati da politici che invitano i cassaintegrati a "rimboccarsi le maniche"), senza chiedersi quanto possa essere pesante l'impossibilità di provvedere a sè e ai propri cari in questa Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Fra questi fatti di cronaca, vi è stato il caso di una giovane donna, da poco madre di un bambino non riconosciuto dal padre e disoccupata, la quale ha ucciso il piccolo per poi togliersi la vita. Apparentemente, a detta dei soliti vicini e conoscenti, stava bene, adorava il piccolo, e poteva inoltre contare sull'aiuto del proprio padre. E tuttavia, la famigerata depressione post-partum ha fatto sì che facesse ciò che ha fatto...
Tra i vari articoli capitatimi sott'occhio in questa stessa estate, un trafiletto su un settimanale citava una ricerca, di fonte autorevole, secondo la quale la depressione post-partum di cui sopra non sarebbe dovuta nè alle repentine variazioni ormonali, nè all'improvviso senso di vuoto e di distacco, nè a una predisposizione della madre (sebbene questi fattori possano influire), bensì al clima familiare e alle pressioni a cui la puerpera sarebbe sottoposta.
Provate a immaginare: si prende in braccio il primo figlio, ed è così piccolo che non si sa come tenerlo, per paura di fargli male; bisogna allattarlo, e magari il latte tarda a venire, o il bambino non succhia e piange disperato; ci sono i risvegli notturni, uno per le mamme fortunate, di più nella maggior parte dei casi; il bambino piange, e allora bisogna capire cos'abbia, cosa non facile; spesso nei primi mesi il piccolo soffre di coliche dolorosissime, e tutto ciò che la madre può fare è guardarlo e ninnarlo mentre grida. Tutt'intorno, parenti e conoscenti che danno consigli su quanto vestirlo, che tecniche di allattamento utilizzare, se prenderlo in braccio o meno...
Tutti questi consigli sono disinteressati, nella maggior parte dei casi. Ma qualcuno che se ne viene fuori con osservazioni poco felici, o addirittura maligne, sull'incapacità della neo-mamma di far fronte a tutto, si trova sempre. Se a questo aggiungiamo la necessità di trovare un lavoro al più presto, e la paura di non riuscire a provvedere a quell'esserino che ci si è prese la responsabilità di mettere al mondo, è davvero così difficile capire cosa passa per la testa di una madre che uccide il figlio?
elipiccottero
martedì, 15 settembre 2009, ore 11:41
La piccola sapiente ha mani e piedi grandi, e occhi blu, profondi, che tiene fissi su di me mentre mangia.
La sua rabbia è assoluta, assoluti il suo dolore e la sua disperazione.
Il suo odore è il mio, e il mio è il suo.
E' un adorabile vampiro, che mi fa ridere e piangere.
Si prende tutto il mio tempo e le mie energie, si è presa anche molto altro, forse tutto ciò che è stato.
Gli occhi della piccola sapiente contengono il mondo.
elipiccottero
domenica, 22 marzo 2009, ore 08:00
Bene, manca poco. Fra una settimana sarò già altrove, a discutere su dove mettere cosa e sul mio stato di ospite. Senza neppure aver visto come è organizzata la casa, so già che sarà così. Pazienza. Vedremo che si può fare...
Poco meno di tre anni fa mia madre mi ha invitata ad andarmene, armi e bagagli, e a mantenermi interamente da sola, perchè avevo 25 anni. Ovviamente, non ero ancora laureata nè avevo già un lavoro; ho ritardato di una sessione la laurea, e accettato il primo lavoro che mi desse qualche prospettiva di sopravvivenza, sebbene non mi piacesse allora come non mi piace ora. E a sopravvivere ce l'ho fatta, ma non sono andata più in là.
Sicuramente, se non mi fossi dovuta trovare precipitosamente un lavoro e una casa, mi sarei laureata prima, e probabilmente avrei anche trovato un lavoro leggermente più decente (peggio credo sia impossibile). Magari non il lavoro ideale, ma se il principale requisito per la ricerca è essere assunti subito, la qualità di ciò che si trova non potrà che essere bassa.
Ora me ne torno da mia madre, costretta dalle circostanze che mi rendono impossibile continuare a vivere nella mia bella ma scomodissima mansarda. Ci stavo pensando comunque, ma probabilmente non l'avrei fatto; so come sia la convivenza con lei, specie per me che faccio una vita sostanzialmente indipendente e staccata da che mi sono iscritta all'università, nel 2000. Inoltre, non amo dipendere da altri.
Quest'anno mio fratello compie 25 anni. Quando toccò a me andarmene di casa, chiesi se la stessa cosa sarebbe stata detta a lui, tre anni più tardi, e mi fu risposto di sì. Ora non vedo alcuna premessa in tal senso, e anzi il fratellino pare abbia occupato ampi spazi della casa di mia madre... quelli stessi dove dovrei stare io.
Non sta a me cacciarlo, ovviamente. Se mia madre vuole tenersi in casa tutta la sua roba, e averlo ospite un paio di volte al mese, faccia pure; ma non venga poi a dirmi nulla se appena possibile me ne andrò, tornando a fare lo stesso lavoro di merda che faccio ora.
Mi viene però spontaneo chiedermi: perchè il mio essere più forte, più adattabile, più capace di cavarmela da me, deve ancora una volta essere un handicap, e costringermi a vivacchiare con lavori indecorosi, mentre chi davvero avrebbe bisogno di una bella spinta per rendersi indipendente e crescere, entrando nell'età adulta, deve essere coccolato a oltranza, crogiolandosi nel suo essere figlio?
elipiccottero
lunedì, 22 dicembre 2008, ore 19:47
Siccome ormai son diventata un'assidua frequentatrice di treni&stazioni, mi capita spesso di fare osservazioni sulla fauna tipica. Per esempio, quelli che salgono su un treno a prenotazione obbligatoria, dotati di bagaglio di peso complessivo pari a quello della sottoscritta, e senza guardare nè su che carrozza si trovino, nè quale sia il numero del posto loro assegnato dall'onnipotente computer di Trenitalia, si piazzano nel primo sedile libero che riesce loro di trovare. La conseguenza, come è facile immaginare, è che dopo cinque minuti (o, ben che vada, alla stazione successiva) arriva la persona cui quel posto è stato assegnato e il passeggero-che-non-legge-il-biglietto deve alzarsi, spostare le valigie piene di cadaveri e mettersi alla ricerca del proprio posto. In genere, questo accade fra grandi lamentele, sbuffi e urtoni dati ai vicini. Da parte dell'usurpatore, sia ben chiaro.
(Scrivo con una gatta appesa alla spalla sinistra, la quale di quando in quando si issa aiutandosi con le unghie e fa dondolare le zampe posteriori, a mo' di altalena... il tutto continuando a fare le fusa. Non che mi aspettassi che i miei gatti fossero sani di mente, ma speravo che non fossero completamente pazzi...)
Un'altro animale ferroviario, la cui diffusione tende ad aumentare col passare del tempo, è il passeggero-col-trolley.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di fanciulle agghindate come per andare a una festa, di signore non più giovani le cui forze tendono a scemare, o di uomini in giacca e cravatta che sorvegliano attentamente il proprio abbigliamento ogni cinque minuti, al fine di evitare che possa spiegazzarsi. La dimensione del trolley è generalmente direttamente proporzionale all'incapacità del soggetto di portare pesi cospicui. Passeggiano nei corridoi delle stazioni e sui marciapiedi dei binari col naso per aria, guardando (forse) solo davanti a sè; di certo, non badano affatto agli stinchi degli altri, che colpiscono impietosamente ogni volta che devono far sterzare il loro bagaglio.
Avrete capito che i trolley non mi piacciono, e tendo ad estendere questa avversione anche a coloro che li utilizzano.
Il trolley è rigido, perciò può contenere una quantità di oggetti rigidamente fissata; si deve trattare di oggetti di forma regolare, altrimenti il numero viene a ridursi ulteriormente.
Il trolley è pesante, anche quando è vuoto, perchè non è quasi mai fatto di stoffa, o se lo è ha una impalcatura simile al busto delle nostre bisnonne; certo, ha le ruote, ma in tutte le stazioni(fanno eccezione le stazioni di testa), per spostarsi da un binario all'altro, bisogna percorrere dei sottopassaggi raggiungibili solo tramite scale. E per salire sui treni bisogna issare il bagaglio-comodo-da-trasportare su per due o tre scalini che a volte sono difficili da salire anche senza nessun peso.
Essendo rigido, diventa difficile da collocare in tutte quelle situazioni in cui il treno è pieno e i portabagagli piccoli e già ingombri. Il trolley, a meno che non sia molto piccolo (delle dimensioni di uno zaino scolastico, per intenderci), non può essere infilato tra i sedili, e viene perciò tenuto dal proprietario davanti alle proprie gambe (con immensa gioia del giocatore di basket seduto di fronte, il quale guarda imbarazzato la signorina di turno trattenendosi con ogni evidenza dal chiederle se è completamente idiota) o nel centro del corridoio, dando luoghi a violenti alterchi con quei poveretti che per lavoro passano col carrellino dei generi di conforto.
Insomma, la valigia su ruote si va diffondendo a macchia d'olio, e i dinosauri che viaggiano con borsone o zaino diventano sempre più rari. Ma, stranamente, sono quelli che riescono a prendere coincidenze risicate, e che escono per primi dalla stazione.
Meditate, gente, meditate.
elipiccottero
giovedì, 30 ottobre 2008, ore 15:29
Sveglia alle cinque. Una sbirciata al cielo, pare bello. Colazione e doccia come ogni giorno. Alle sette meno un quarto fuori casa. Passo al Postamat, sai mai che sia arrivato lo stipendio. C'è, ha otto giorni di ritardo, ma c'è. Sollievo. Il treno parte alle 7.13, lo prendo senza problemi, e mi immergo nella lettura di un libro.
Il viaggio è tranquillo, la prenotazione obbligatoria mi mette al sicuro da sballottamenti eccessivi. Per fortuna, sono già agitatissima. Un rapido scambio di sms, e mi assicuro di vedere una faccia amica all'arrivo. Appena superato l'Apennino, mangio il panino che mi sono portata. E' presto per pranzare, ma la colazione prima dell'alba è già stata abbondantemente smaltita. Fuori è cominciata la pioggia, che mi farà compagnia fino a sera.
Quando scendo dal treno comincio a tremare, e lo stomaco fa balzi tali che rimpiango di aver mangiato. Confusione di telefonate (dove sei? dove non sei?), e finalmente una faccia nota. Una, in mezzo a un mare di possibili concorrenti.
Se vi dicono che nessuno ha voglia di spostarsi per lavoro, immaginate l'ingresso di un palasport prima di un concerto. Solo che quel migliaio di persone, di età diverse, con diversi accenti, è lì per una selezione per 35 posti di lavoro in un luogo che per la maggior parte di loro ha una collocazione spaziale estremamente vaga. Mille persone che accettano di sottoporsi a lunghe procedure di controllo, conteggio, spiegazioni noiosissime. Mi ritrovo seduta fra una pugliese, che la sera prenderà un pullman per trovarsi la mattina dopo all'alba a Bari, e un calabrese.
Un'ora, cento domande. Logica, cultura generale, cultura finanziaria di base, qualche calcolo. Ho risposto più o meno a tutte, se ho fatto errori pagherò cara la mia arrogante baldanza. Pazienza. Arrivo alla fine con l'anima serena, mi sento leggera.
In un momento di pausa tra uno scroscio di pioggia e l'altro, raggiungo la stazione su una passerella metallica che passa sopra i binari. Già all'arrivo mi aveva provocato una certa agitazione, ma si mescolava a quella per la selezione. Ora mi ricordo che io soffro di vertigini... e una struttura di metallo arrugginita che si eleva diversi metri sopra i binari non è il mio luogo ideale. Raggiungo la stazione, faccio il breve trasferimento fino a Santa Maria Novella.
Faccio il biglietto alle macchine automatiche, con la soddisfazione di pagare con un Postamat che da una settimana serviva solo a controllare se era arrivato lo stipendio. Mangio schifezze da Mc Donald's. Vago per più di un'ora, constatando che in questa stazione non c'è un posto dove sedersi. Mi fumo una sigaretta contemplando un pezzo di storia dell'arte. Alla fine il treno arriva, mi siedo, leggo un poco... finchè non crollo. C'è chi mi guarda male, mentre mi accomodo nel sedile, con gli occhi che si chiudono inesorabilmente. Dormo fino a Mestre. Poi una lunga telefonata, che finisce a Monfalcone. Arrivata a Trieste, una folata di vento sul viso ancora assonnato.
Casa.
Non avrei mai creduto di poterlo pensare.
elipiccottero
martedì, 07 ottobre 2008, ore 18:39
Stamattina, ascoltando le solite rassegne stampa, ho sentito che il papa ha detto: "I soldi non sono nulla". Ora, a parte la reazione istintiva facile-dire-così-quando-non-devi-impazzire-per-arrivare-a-pagare-tutto, e considerando che sicuramente i giornali presentano la frase in maniera sensazionalistica e fuori contesto come al solito, trovo l'affermazione condivisibile.
I soldi non fanno la mia identità, i soldi non sono l'obiettivo principale nella mia (ormai parossistica) ricerca di un altro lavoro. Mi piacerebbe averne un po' di più per smettere di preoccuparmene, e per poter comprare a mia madre un vero regalo di compleanno e poterglielo portare...
Se la frase del papa mi è sembrata condivisibile prima di arrivare al lavoro, dopo sette ore al telefono ero quasi pronta a baciargli l'anello (quasi, tranquilli, quasi...).
Come immaginate l'inferno? Per me è una sala piena di persone e di telefoni che squillano, e io devo rispondere a persone ignoranti, che parlano un italiano talmente approssimativo che se potessi li correggerei ogni tre parole, persone che mi insultano perchè io so le cose che loro dovrebbero sapere, ma guadagno la metà dei più derelitti fra loro...
Queste persone sono pagate per carpire la fiducia di chi ha qualche risparmio e vuole vederlo fruttare, e non si preoccupano molto di ciò che fanno, purchè gli obiettivi di vendita siano rispettati; ora che il panico seminato da chi ha il potere di spaventarci o tranquillizzarci tutti, come tanti bambini, spinge i risparmiatori a suicidi finanziari di massa, poveri lemming che si gettano in mare perchè qualcosa di superiore - l'istinto, la stampa - dice loro di farlo... ora i venditori senza scrupoli, faccia a faccia con persone che spesso minacciano violenze fisiche, si trovano a fronteggiare la propria ignoranza, e usano l'arroganza per mascherare la paura...
Talvolta qualche lemming più evoluto ci chiama per rendersi conto di persona della situazione, e molti di costoro suscitano in me una sola domanda: come può una persona abbassarsi fino a questo punto, solo per denaro?
Il giorno in cui perderò la mia dignità per paura di perdere del denaro del quale non ho stretta necessità, sarà il giorno in cui morirò davvero. Quel giorno, per favore, abbiate pietà di me: abbattetemi.
elipiccottero
lunedì, 08 settembre 2008, ore 10:53
“Di dove sei?”
Domanda che mi mette sempre in crisi.
Sono italiana. Sono piemontese, romagnola, bergamasca, triestina… e niente di tutto questo. E sono pronta a cambiare di nuovo.
Non ho vere e proprie radici. O meglio, le mie radici non sono legate a un territorio. Le mie radici sono nelle persone.
Il canto di Dulce Pontes che si eleva, puro.
E’ tão grande o Alentejo…
La mia voce sulla sua.
La stessa città, di giorno o di notte, cambia anima. O forse sono le persone che cambiano. E’ la mia anima che cambia.
C’è qualcosa dentro di me che è sbagliato e non ha limiti…
La musica mi piove addosso, la bevo con gli occhi, con le orecchie, con l’intero corpo che vibra nel desiderio di averne ancora, e ancora…
Dal finestrino aperto entra odore di luce, di caldo, di alberi. Ovunque ci siano piante e roccia io sono a casa.
Ovunque ci siano persone che ho abbracciato io sono a casa.
Le mie radici sono profonde e tenaci. Lente a crescere. Sondano il terreno. Ma quando lo afferrano non lo lasciano più.
elipiccottero