giovedì, 12 marzo 2009, ore 18:58

Lotto contro la vita, quando mi sembra che sia ingiusta con me. C'è chi dice che sia un errore, che sia il modo migliore per far sì che tutto vada anche peggio. Però non mi riesce di stare a guardare, quando le cose si accumulano e si accumulano e si accumulano, apparentemente senza alcuna possibilità di farle smettere, senza possibilità di respirare...

Eppure.

Eppure alla fine sono incredibilmente fortunata. Mi si rovesciano addosso una serie di circostanze improbabili, pesanti, a volte vicine al tragico... finchè non salta fuori che tutte le sfortune mi collocano in una inaspettata posizione di privilegio. Oddio, spesso l'abitudine ad affrontare le situazioni più disparate (o disperate?) mi rende semplicemente più capace e più rapida nella reazione. Più adatta.
Altre volte, però, non posso che dire: sono fortunata. Una situazione senza sbocco si trasforma in una risorsa preziosa. E mentre attorno tutto crolla, e altri non sanno dove sbattere la testa, io vado avanti.

Sono una barchetta rappezzata, sulla quale si viaggia scomodi e spesso nel timore di affondare, ma una barchetta che, leggera, supera tempeste capaci di affondare lussuosi transatlantici, sui quali si viaggia serviti e riveriti, e navi robuste, apparentemente sicure.

Mi piace credere che la vita finisca sempre per premiare la mia perseveranza, il mio rifiuto di arrendermi e di fare la vittima.
elipiccottero

venerdì, 06 marzo 2009, ore 19:36

Domenica è l'8 marzo, festa della donna. Di certo non andrò a sbavare su qualche spogliarellista in perizoma, anche perchè, fra gli altri innumerevoli motivi, gli uomini palestrati, depilati e unti non mi piacciono nemmeno un po'. Più probabilmente, me ne andrò con un'amica a guardare film difficili da vedere in giro, in lingua originale (per fortuna mi garantiscono che ci sono i sottotitoli). Sono indecisa fra la combinazione Scorsese, Kusturica, Polanski, Tarkovskij (mattutina) e quella Jarmusch, Alfredson (serale). Avrete capito il perchè dell'assoluta necessità dei sottotitoli: non parlo nè serbo-croato, nè polacco, nè russo, nè svedese, e in questo momento la sento come una mancanza enorme.

Leggevo stamattina da qualche parte che il motivo per cui la data della festa della donna è stata fissata proprio quel giorno, ovvero la morte delle operaie bruciate nella fabbrica in cui erano state chiuse senza possibilità di fuga, sarebbe in realtà una bufala storica. Non ci sarebbe stata nessuna fabbrica, nessun incendio, niente vittime.
Sicuramente, se fosse tutta una montatura, sarebbe una cosa disdicevole. Ma cambia forse la sostanza?
Ci sono state, nella storia, fabbriche piene di donne sfruttate e sottopagate, proprio in quanto donne; ci sono stati incendi in cui queste donne sono morte, perchè padroni cui nulla importava delle operaie non approntavano nemmeno minime misure di sicurezza. Che questo sia accaduto quel giorno e in quel luogo, piuttosto che altrove e in un altro momento, è davvero rilevante?

Le donne sono discriminate, ancora oggi. Perchè si dà per scontato che prima o poi faranno figli e andranno sostituite, perchè si ritiene che preferiranno un orario di lavoro ridotto così da poter badare a eventuali, futuri figli, perchè molti pensano che le donne non abbiano la fermezza necessaria per occupare posizioni di potere, e così via. Nella vita privata, esistono pochissimi uomini (mariti e compagni, ma anche padri, figli, fratelli) che non partano dal presupposto che se c'è una donna in casa sia lei a doversi occupare di tutto, bucato, pulizie, cucina, arrivando a volte perfino a pensare che una donna, in quanto tale, sia naturalmente portata verso tali attività.

Ci sono poi molte donne che contribuiscono non poco alla perpetuazione di questi stereotipi. Donne che per fare carriera, sebbene abbiano qualità più che sufficienti, preferiscono imboccare la scorciatoia del sesso col capo; donne che si accontentano di contratti part-time non desiderati perchè, in fondo, permetteranno loro di farsi una famiglia, quando lo vorranno; donne che quando tornano a casa e trovano l'uomo o gli uomini di casa comodamente adagiati sul divano si mettono tranquillamente a pulire, riordinare e preparare la cena, senza nemmeno pensare a instaurare un regime di divisione dei compiti; donne per le quali matrimonio e figli non sono una scelta, fatta conoscendo anche, anzi, soprattutto le conseguenze negative che essa può portare con sè, ma l'unica possibile conclusione della loro vita; donne che prima di pensare a farsi una cultura, crearsi degli interessi, degli spazi propri, spendono tempo, denaro ed energie a rendersi aderenti a questo o quello stereotipo, vedendo nel fatto di non trovarsi un compagno la peggiore condanna che la vita possa portare con sè...

La mia nonna materna si sposò giovane, come si usava allora, ed ebbe otto figli; per quanto ne so, il suo fu un matrimonio felice, e ricordo quando, vedova da anni, rimpiangeva ancora la compagnia del marito. Tuttavia, usava consigliare alle figlie di non sposarsi troppo giovani, ancora ignare di se stesse, delle proprie aspirazioni, e in fondo della vita, perchè poche erano le donne fortunate, come lei, che aveva un marito di idee decisamente progressiste, sulle donne e il loro ruolo nel mondo.
L'altra nonna lavorava, eccome se lavorava; lo faceva con tanta passione, che riuscì a dare una spinta non indifferente alla carriera propria e del marito, tanto che, partita dall'ufficio postale di un paesino, arrivò a lavorare in un ministero.
Mia madre è una donna piena di interessi e di energia, oggi come anni fa. Un matrimonio fallito, la fatica di crescere da sola due figli, con sacrifici e difficoltà notevoli, non hanno spento in lei la curiosità e il desiderio di fare, di vedere, di conoscere. Per conciliare il suo ruolo di madre (scelto, e mai rimpianto) col suo amore per l'arte e il cinema, si portava dietro mio fratello e me, insegnandoci così anche ad amare le stesse cose. Quando siamo cresciuti, e abbiamo intrapreso percorsi di studio in ambiti a lei ignoti, ha cominciato a farsi prestare libri e dispense, per puro desiderio di imparare. Non ha bisogno di avere qualcuno accanto, per sapere chi è e cosa vuole e sa fare.

Mia madre è nata nel 1948. Le mie nonne, nel 1910 e 1914. Mi chiedo come sia possibile che le mie coetanee, cui madri e nonne hanno spianato la strada, si rifugino nei peggiori stereotipi sulle donne, giustificando così, e rafforzando, l'opinione di molti uomini sull'inferiorità femminile.
elipiccottero
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giovedì, 05 marzo 2009, ore 15:23

Se non vado errata, erano i compiti per le vacanze datici alla fine della prima media, perciò parliamo dell'estate in cui ho compiuto 12 anni. La professoressa di lettere ci aveva dato una serie di temi da svolgere a casa, durante l'estate, e come al solito a me non piacevano. Trovavo terribilmente banali e stucchevoli gli argomenti su cui ci chiedeva di scrivere... non sapevo quanto peggio sarebbe stato al ginnasio!

Il tema incriminato ci chiedeva di parlare dei nostri eroi. In mezza pagina, più o meno, spiegai che io non avevo eroi, che non ne sentivo la necessità. La mia scrittura era minuscola, e il mio rifiuto di allungare il brodo evidente. La professoressa, che su ogni tema aveva un'idea ben precisa di come lo svolgimento avrebbe dovuto essere, non apprezzò. Mi intimò di rifare tutto, con una lunghezza minima di... non ricordo, due o tre facciate, comunque, non meno, perchè meno non era accettabile. Mai capita questa fissa di misurare la validità di uno scritto dalla sua lunghezza...

Allungare il brodo, come dicevo, non mi è mai piaciuto. Non lo feci nemmeno quella volta. Piuttosto, preferii mentire, e presi a modello, data l'epoca, i magistrati che facevano inchieste "scomode" (era il periodo di "Mani Pulite") e che pagavano le proprie inchieste con la vita (Falcone e Borsellino erano appena stati uccisi). Non che non apprezzassi queste persone, intendiamoci; sicuramente trovavo che fosse giusto andare avanti nel proprio lavoro, e farlo fino alle estreme conseguenze, se il sacrificio può portare a un bene per tutti. Ma non erano i miei eroi, i miei esempi da seguire...

Il motivo è semplicissimo: non ho veri e propri eroi, non mi ispiro a una persona piuttosto che a un'altra, non dico a me stessa (e agli altri) "voglio essere come il tale o il tal altro". Ho idee piuttosto precise, e anche piuttosto personali, sulle qualità desiderabili in una persona, sulle qualità che io stessa vorrei avere, e su come vorrei comportarmi verso il mondo; mi sforzo di essere la persona migliore possibile; ma non chiedetemi chi sia il mio punto di riferimento.

A mio modo di vedere si tratta di una domanda stupida. Solo i bambini, e coloro che non sono capaci di distinguere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto, hanno sempre bisogno di qualcuno che faccia loro da stella polare, coi propri comportamenti, le proprie opinioni, i propri valori.
elipiccottero

mercoledì, 11 febbraio 2009, ore 15:07

La città mi confonde. La città con mille facce. Non che mi ci trovi male... ma c'è sempre qualcosa di leggermente sfocato, leggermente fuori posto. Tornerò a una dimensione più adatta a me, spero, e spero che il cambiamento mi giovi.

Esco di casa e incontro facce, persone, decine di persone diverse vestite in modo buffo o dimesso o assurdamente elegante o visibilmente da lavoro... e le facce sopra e dentro questi vestiti a volte sono in armonia con essi, a volte stonano perchè si vede che sono costrette a travestirsi o perchè hanno voluto strafare. Facce di anziani con occhi sospettosi, o buoni come quelli dei nonni delle fiabe; facce di padri e madri di famiglia, che si affrettano al lavoro o verso il supermercato, con una ruga fra le sopracciglia; facce di giovani coppie che si sorridono camminando mano nella mano; facce di giovani e vecchi che sembrano inseguire un loro pensiero, pur continuando a camminare spediti e a scansare gli ostacoli con movimenti precisi; facce di bambini che osservano a bocca aperta non si sa cosa...

Cosa c'è dietro tutte quelle facce? Cosa accade nelle loro vite? Possiamo fare supposizioni, basandoci sulle espressioni, sulle azioni, su poche parole colte quando le incrociamo. Forse indoviniamo. Forse, invece, siamo semplicemente accecati dal nostro modo di vedere la vita e certi suoi aspetti. Soprattutto, non conosciamo persone che vediamo ogni giorno, con cui magari lavoriamo o scambiamo un saluto e due parole quotidianamente, come possiamo presumere di leggere un'anima su un viso, e di leggerla correttamente, con tutte le sue emozioni e tutti i suoi segreti?
elipiccottero

sabato, 17 gennaio 2009, ore 11:07

C'era una volta un'azienda privata il cui scopo dichiarato, in quanto privata, era il guadagno. Quest'azienda forniva servizi ad altre aziende, le quali la pagavano in base al livello di efficienza raggiunto.
In origine, quest'azienda aveva ben pochi dipendenti veri e propri, ma utilizzava contratti di collaborazione, meno onerosi, i quali perciò consentivano un maggior margine di guadagno; poi una legge dello Stato (oppressivo come sempre nei confronti dell'iniziativa privata) costrinse l'azienda ad assumere i collaboratori, in quanto svolgevano mansioni non compatibili con quella tipologia di contratto. Le spese per l'azienda aumentarono.
Come si affrontò allora la nuova situazione, in modo da poter continuare a guadagnare?
Nessuno pensò di riorganizzare il lavoro, nè si provvide a premiare chi lavorava molto e volentieri o a richiamare chi, al contrario, faceva poco e commetteva molti errori. Si pensò invece di spremere le persone cui lavorare piaceva, portandole in alcuni casi sull'orlo di una crisi di nervi, e di dare vantaggi a chi, al contrario, lavorava solo perchè costretto, e faceva perciò il proprio lavoro nel peggior modo possibile, arrecando così un danno all'azienda. I pigri ebbero ciò che volevano; i volenterosi ebbero solo risposte vaghe e vaghe promesse.
Questo sistema anti-meritocratico ebbe i risultati che ognuno si può attendere: l'azienda cominciò a perdere danaro, e si rese necessario uno di quei giochetti legali che permettono di addossare tutte le perdite a un'azienda-fantoccio, mentre gli utili vanno tutti a un'altra (è stato fatto anche a livello molto più grande, in fondo). Alcuni dipendenti, sentendo che ormai la nave stava per affondare, se ne andarono; fra chi rimase, molti si chiesero quanto si sarebbe potuti andare avanti.
Quando il carico di lavoro aumentò notevolmente, qualcuno nell'azienda si avvide che forse così non si poteva continuare; e fu deciso che tale carico sarebbe stato per lo meno diviso equamente fra tutti i dipendenti.
Dopo pochi giorni, coloro che già erano stati ampiamente sfruttati per la loro voglia di far bene il proprio lavoro cominciarono a sospettare che ancora una volta l'azienda avesse fatto loro vuote promesse, così da tenerli tranquilli ancora per un po'; e si misero pazientemente in attesa, come belve che scrutano la preda, per vedere cosa sarebbe accaduto...

Questa storia è purtroppo vera. A meno di totali rivolgimenti, è evidente che c'è un solo finale possibile, per l'azienda. C'è però una domanda che mi pongo, in merito ai (pochi) volenterosi rimasti:
E' più umiliante accettare un lavoro servile o una situazione di dipendenza da altri, o continuare a elemosinare la paga da chi ride di chi ha voglia di fare, e premia i parassiti?
elipiccottero
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domenica, 11 gennaio 2009, ore 11:58

Ieri sera ho rivisto "La battaglia di Algeri", film che mi era piaciuto fin dalla prima volta per il modo scarno di narrare, e per la compassione dello sguardo dedicato ai civili francesi morti negli attentati, nonostante il punto di vista sia decisamente favorevole agli Algerini del FLN.

La visione di questo film in questo specifico momento, dopo aver sentito tutti i notiziari della giornata, mi ha però condotta sulle vie di strani parallelismi...
Un Paese occupante, che ritiene di avere tutto il diritto di stare dove sta; un popolo che lotta, anche con mezzi violenti, per la propria indipendenza, sul proprio territorio; soldati in divisa in mezzo alle case; arresti di massa misti a propaganda; omicidi mirati...

Ci sono, naturalmente, anche differenze enormi, dovute all'epoca diversa, al luogo diverso, alla storia di questa guerra. Chi oggi occupa e bombarda non è uno Stato coloniale, lontano dalla terra occupata, ma un'entità statale che non esiste se non all'interno di quel territorio che, in gran parte, all'inizio non le apparteneva. La controparte che lotta per la propria indipendenza non è unita e concorde sui metodi da adottare; anzi, una parte di essa ha abbandonato i metodi violenti, preferendo le vie del dialogo, mentre l'altra porta avanti la lotta armata in modo spesso cieco e incurante della situazione reale.

Nonostante la riflessione razionale su circostanze storiche e politiche, il mio senso di disagio rimane. Mi pongo domande su indipendenza e autodeterminazione dei popoli, sul rapporto tra i fatti e la loro interpretazione (spesso utilizzata a fini propagandistici). Su ciò che è giusto, e ciò che è sbagliato. E fatico a dare ragione a una parte piuttosto che all'altra, se non in parte.

Il mio senso di giustizia mi porta a rischiare nello stesso tempo, a seconda del contesto, accuse di antisemitismo e di filosionismo.
elipiccottero

martedì, 02 dicembre 2008, ore 10:27

C'è una cosa che mi capita da due o tre settimane. Fastidiosa sempre, ma in modo particolare ora che essendo malata sono a casa tutto il giorno.

Stamattina sono stata svegliata dal telefono. Non era particolarmente presto, certo, ma io dormirei a lungo... visto che riesco a fare ben poco d'altro. Non mi sono mossa. Ha suonato 3 volte, poi ha smesso.
Se io avessi risposto dopo il terzo squillo, avrei sentito il segnale di linea libera, o quello di occupato, che si sente quando la linea cade. Se avessi risposto prima del terzo squillo, ci sarebbe stato assoluto silenzio, per quattro o cinque secondi, e poi il rumore di sottofondo di un call center, e una voce che dice "Pronto?", quando io ormai sto mettendo giù.

Lavorando in un call center, alla terza o quarta telefonata ho capito cosa stava succedendo. E al di là del fastidio, la cosa mi ha fatto riflettere.
Evidentemente, il mio numero di telefono - sotto il nome del mio padrone di casa - è finito nel database di uno di quei call center in cui non sono gli operatori a comporre il numero, ma una macchina, la quale fa squillare tre volte, e se entro il terzo squillo c'è risposta "spara" la chiamata in cuffia all'operatore. Se non c'è risposta, passa al numero successivo.
E' un sistema che serve a ridurre lo spreco di tempo e aumentare la produttività, dicono. L'operatore non può tergiversare tra una chiamata e l'altra, e i vecchietti che non capiscono cosa si sta dicendo loro non hanno il tempo di raggiungere il telefono. Apparentemente, è perfettamente logico.
Di fatto, mentre i call center "lenti" riescono a ottenere una mia risposta (che poi io quasi sempre riesca a chiudere nel giro di pochi secondi, è un altro discorso), questo call center super-efficiente non è mai riuscito a parlare con me - e con molti altri, suppongo. L'unica volta che ho effettivamente sentito la voce di un operatore, stavo già mettendo giù, perchè c'è un ritardo tra la risposta e il momento in cui l'operatore si accorge di avere la chiamata in cuffia.
Inoltre, si tratta di un sistema che riduce di fatto l'operatore a schiavo della macchina, che gli detta i tempi e decide quali e quante chiamate dovrà fare. Immaginatevi legati a una macchina, tramite il cavo di una cuffia, costretti ad attendere di essere collegati telefonicamente a una persona che con ogni probabilità vi manderà a quel paese... Il lavoro di operatore di call center è già abbastanza faticoso e alienante, questo tipo di migliorie non fanno che peggiorarlo.

Cosa vuol dire lavorare in un call center?
Vuol dire perdere il diritto alla propria identità, al proprio cognome; vuol dire rispondere a persone che sono sicuramente arrabbiate, perchè il call center si chiama solo quando c'è un problema, o chiamare persone che si arrabbieranno non appena direte perchè le chiamate. Vuol dire stare seduti davanti a un computer, con un telefono accanto, e il collo e le spalle alla lunga fanno male, credetemi. Vuol dire essere trattati con commiserazione o con fastidio anche da chi vi conosce nella vita al di fuori da lì, non appena scopre che lavoro fate... perchè chi lavora in call center è all'ultimo gradino della scala sociale, insieme ai mendicanti e a coloro che lavano i vetri ai semafori.

C'è un desiderio che mi piacerebbe si avverasse: vorrei che per una settimana tutti i call center del mondo smettessero di funzionare. Dopo di che, vorrei vedere quante persone continuerebbero ad auspicare la loro cancellazione dalla faccia della terra.
elipiccottero

lunedì, 01 dicembre 2008, ore 10:34

Me ne sto a casa malata, con due maglioni addosso. L'uscita per andare dal medico si è conclusa con tremarella e sudori freddi al rientro. Era parecchio che non stavo così male... riesco perfino ad avere febbre vera, e non solo qualche linea!
Approfittando della febbre, mi dò a pensieri sparsi. La scusa è ovvia: sto delirando.

Un politico non di primissimo piano viene eletto alla presidenza di una importante commissione, dopo mesi di litigi, con modalità non del tutto rispondenti al galateo istituzionale; dopo questa elezione, maggioranza e opposizione si accordano su un altro nome. Il partito cui appartiene il neo-eletto dichiara che egli si dimetterà immediatamente. Lui, naturalmente, non lo fa.
Sorge spontanea una domanda: ma davvero credevate che un politico, una volta ottenuta una poltrona, la lasciasse per motivi che non siano la sua morte o una denuncia penale?

L'amore è una cosa meravigliosa (dicono). Tutti cerchiamo amore, o meglio, l'Amore con la A maiuscola, quello che durerà tutta la vita e ci renderà completi nell'unione col nostro partner... Ci facciamo però tutta una serie di idee su come tale unione dovrà essere, su come dovrà essere tale partner, finendo per non apprezzare le cose veramente preziose che la vita ci offre, o per scambiare per amore eterno una infatuazione da ragazzini. Calma. Non sarò io a dare lezioni d'amore, ma che certe cose siano assurde non è difficile da capire...

Sapete che ricerche sociologiche dimostrano che c'è una correlazione fra solitudine e morbilità? Ovvero: chi vive solo si ammala più facilmente. La cosa è più osservabile - e osservata - nelle persone anziane, ma chi dice che anche una giovincella mia pari non risenta della solitudine? In fondo, mi tocca comunque fare tutto, anche se ho 38° di febbre (l'ultima volta che l'ho avuta così alta avevo 14 anni e c'era mammina a badare a me), e già lavare i piatti mi riduce molle e tremante come un budino. Mi offro come oggetto di studio, basta solo avere un po' di compagnia...

La prossima settimana mi attende la seconda, folle tornata della mitica selezione. Speriamo bene.
Al momento, mi dedico solo a cercare di stare meglio. E a delirare creativamente... in questi giorni di febbre, faccio sogni complessi e bellissimi. Ma quelli, se permettete, me li tengo per me.
elipiccottero
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martedì, 07 ottobre 2008, ore 18:39

Stamattina, ascoltando le solite rassegne stampa, ho sentito che il papa ha detto: "I soldi non sono nulla". Ora, a parte la reazione istintiva facile-dire-così-quando-non-devi-impazzire-per-arrivare-a-pagare-tutto, e considerando che sicuramente i giornali presentano la frase in maniera sensazionalistica e fuori contesto come al solito, trovo l'affermazione condivisibile.
I soldi non fanno la mia identità, i soldi non sono l'obiettivo principale nella mia (ormai parossistica) ricerca di un altro lavoro. Mi piacerebbe averne un po' di più per smettere di preoccuparmene, e per poter comprare a mia madre un vero regalo di compleanno e poterglielo portare...
Se la frase del papa mi è sembrata condivisibile prima di arrivare al lavoro, dopo sette ore al telefono ero quasi pronta a baciargli l'anello (quasi, tranquilli, quasi...).

Come immaginate l'inferno? Per me è una sala piena di persone e di telefoni che squillano, e io devo rispondere a persone ignoranti, che parlano un italiano talmente approssimativo che se potessi li correggerei ogni tre parole, persone che mi insultano perchè io so le cose che loro dovrebbero sapere, ma guadagno la metà dei più derelitti fra loro...
Queste persone sono pagate per carpire la fiducia di chi ha qualche risparmio e vuole vederlo fruttare, e non si preoccupano molto di ciò che fanno, purchè gli obiettivi di vendita siano rispettati; ora che il panico seminato da chi ha il potere di spaventarci o tranquillizzarci tutti, come tanti bambini, spinge i risparmiatori a suicidi finanziari di massa, poveri lemming che si gettano in mare perchè qualcosa di superiore - l'istinto, la stampa - dice loro di farlo... ora i venditori senza scrupoli, faccia a faccia con persone che spesso minacciano violenze fisiche, si trovano a fronteggiare la propria ignoranza, e usano l'arroganza per mascherare la paura...
Talvolta qualche lemming più evoluto ci chiama per rendersi conto di persona della situazione, e molti di costoro suscitano in me una sola domanda: come può una persona abbassarsi fino a questo punto, solo per denaro?

Il giorno in cui perderò la mia dignità per paura di perdere del denaro del quale non ho stretta necessità, sarà il giorno in cui morirò davvero. Quel giorno, per favore, abbiate pietà di me: abbattetemi.
elipiccottero

giovedì, 18 settembre 2008, ore 09:33

Scendendo per via Venezian, stamattina, ho incrociato un vecchio, malvestito e dall'aria imbronciata, il quale aveva in mano uno splendido mazzo di fiori rosso cupo (amaryllis, ho pensato, e Google conferma). Chissà a chi li portava... Erano fiori molto sensuali, se si può applicare una definizione del genere a dei fiori.

Mi piace chiedermi il perchè delle azioni e delle espressioni altrui. Ancora di più apprezzo chi dice esattamente come stanno le cose. Senza falsa modestia, posso affermare di essere la prima a dire le cose chiaramente. Non amo le ambiguità e le cose poco chiare.

Ultimamente ho avuto la fortuna di sentirmi dire in faccia molte cose, diverse fra le quali non esattamente piacevoli. Gli amici, i veri amici, ti mettono di fronte alla verità senza tanti complimenti. E se ti comporti da idiota scervellata, te lo dicono chiaro. Quando questo accade, vorrei abbracciarli forte e baciarli. Perchè anche se spesso so già quello che mi dicono, sentirmelo sbattere in faccia mi fa bene.

La sincerità è una qualità impagabile, e spesso impossibile da apprezzare. Fin da piccoli veniamo abituati a dissimulare, quando non addirittura a mentire, perchè ci sono cose che possono presentarci in una luce poco favorevole o renderci vulnerabili. A volte mentiamo per non ferire, e mi rendo conto che spesso la mia eccessiva sincerità ha fatto danni. Ma la menzogna continua, la continua dissimulazione, finiscono per imprigionarci in una gabbia oscura, dalla quale fatichiamo a uscire, e che ci impedisce di vedere noi stessi per quello che realmente siamo. Non ci conosciamo più, nè conosciamo le motivazioni che ci spingono ad agire in un certo modo. Ci costruiamo dei personaggi che poco hanno a che vedere con le nostre reali qualità, e finiamo per esserne schiavi, incapaci di vedere quanto siamo migliori della maschera che ci siamo auto-attribuiti.

Per questo serve avere intorno persone pronte a dirci le cose come stanno. Anche a costo di far crollare la meravigliosa impalcatura che ci sorregge, ma che certo limita la nostra capacità di agire. La verità è spiazzante, dirompente. Ci lascia nudi e privi di difese. Allo stesso tempo, è di enorme sollievo.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno detto la verità. La verità sui miei errori. Sui miei difetti. Ma anche sulle mie qualità e capacità. Allo stesso tempo, chiedo scusa a tutti coloro che ho ferito. Mi rendo conto di essere spesso indelicata. Sappiate solo che sono molto più critica, e brusca, con le persone cui voglio bene.

elipiccottero