venerdì, 27 marzo 2009, ore 14:45

Dovrei essere impegnata a fare pacchi, ma eccomi qui a scrivere. Forse è solo la digestione, o forse a stanchezza. In fondo, è un mese che impacchetto roba, anche se sembra che non ci sia mai una fine... e oggi, ultimo giorno utile, non ce la faccio più.

Ci son cose che mi mancheranno: innanzi tutto, il fatto di essere a casa mia, e non a casa d'altri. Anche se si tratterà della casa di mia madre, chi ha vissuto da solo, veramente da solo, può capirmi. Niente più sveglie condizionate solo dai miei impegni e dalle mie voglie, niente più pasti a orari variabili, a seconda della fame, niente più possibilità di decidere cosa, come, quando, anche per le cose più piccole.
Non mi mancherà la costante sensazione di acqua alla gola. Sento alla radio che si parla di stipendi da 1000 euro al mese come di stipendi inaccettabili...chissà quelle stesse persone cosa direbbero del mio, di stipendio, che non è mai arrivato nemmeno a 800? E nonostante questo, ho qualche risparmio da parte, perchè rinuncio a tutto, pur di non essere costretta a chiedere prestiti, in caso di emergenza. L'ho fatto, ed è stato umiliante. Perchè molti si dicono disponibili, ma spesso amano anche far pesare il loro aiuto, senza nemmeno rendersi conto di farlo.

Un esempio lampante, in questo senso, è mio padre. Lui verrà domani ad aiutarmi col trasloco, noleggia il furgone per farlo, e guiderà per più di 1000 Km in due giorni; ma mi sta facendo sputare sangue da settimane, incapace com'è di vedere le cose come esse sono, e non come se le è auto-rappresentate (un esempio: sono due anni che non entra in casa mia, ma è certo di sapere con esattezza quante cose ci sono da portar via), e di cogliere che la sua visione del mondo, caratterizzata da certezze assolute che nulla può scuotere, non tiene alcun conto nè di me, nè delle mie esigenze, nè degli altri. Ci saranno le solite discussioni, i suoi soliti atteggiamenti, e già ora, pensandoci, mi sento scoraggiata.

Mio padre è malato. Quando dico che avere a che fare con lui è impossibile, tutti attorno cominciano a tentare di dimostrarmi che i loro padri, mariti, fratelli sono altrettanto difficili. Ne sono piuttosto stufa, visto che per lo più mi fanno un elenco di peculiarità o di idiosincrasie che, pur essendo fastidiose, non impediscono di vivere con costoro. Mio padre, invece, è matto, proprio matto, materiale da psichiatra. E come molte persone che hanno disturbi seri, sostiene di stare benissimo e di non aver bisogno di aiuto. E come molte persone che hanno problemi seri, rende impossibile la vita di chi gli sta attorno. Ha reso inevitabile la separazione da mia madre; ha quasi trascinato con sè prima me, poi mio fratello.

Domani sarà una giornata pesante, perchè all'oggettiva fatica dovuta a un trasloco a lungo raggio si aggiungeranno le solite lotte subdole che mio padre rende inevitabili.
Spero che lunedì, contrariamente alle previsioni, ci sia il sole. Devo cominciare qualcosa di nuovo, che m'incuriosisce e mi spaventa... che ci sia almeno il sole!
elipiccottero

martedì, 24 marzo 2009, ore 19:31

Mi sveglio nel cuore della notte coi gatti addosso, come al solito. Convinta di essere ancora nella posizione in cui mi sono addormentata, simile a Dracula nella bara. Solo alzandomi per andare in bagno mi rendo conto che solo la testa è rimasta sul cuscino su cui l'avevo poggiata. Il corpo attraversa tutto il letto, in diagonale.

Mattinata in gran parte spesa al telefono, per cercare di disdire la linea telefonica e ADSL, e per vedere se si può bloccare la disdetta delle altre utenze e fare un subentro, visto che il padrone di casa ha cambiato idea (forse pensando che io dal venerdì mattina al lunedì pomeriggio non avessi ancora provveduto... illuso!). Mi vien da chiedermi chi sia che fa gli IVR (per chi non lo sapesse, quelle vocine che vi dicono "se vuole essere mandato affanculo elegantemente prema 1, se vuole sentirsi dare dell'idiota prema 2", eccetera), ma certo si tratta di un mentecatto. O di un genio del marketing: nè in un caso nè nell'altro è contemplata l'opzione "disdetta".

Vado in un'agenzia di pratiche auto per fare il passaggio di proprietà di un motorino, e scopro che devo andare in un centro civico... a far che? A quanto mi è dato capire, devo apporre una firma sul certificato di proprietà, ma devo farlo là. Non son stata a discutere: vediamo domattina che mi dicono. Ormai mi faccio trascinare dalla corrente, non mi dibatto... tanto, se devo affogare, affogo lo stesso.

In un negozio, compro due cose che mi servono, poi chiedo al tizio dall'aria trascurata che sta alla cassa se ci sia qualche scatolone grande, intero, per il mio trasloco. Allora alza lo sguardo dalla cassa, guardandomi finalmente in faccia, e scopro che i suoi occhi sono di un blu intensissimo, con striature castano-dorate. Sembrano due lapislazzuli. Mi sto ancora chiedendo se per caso avesse delle lenti a contatto colorate...

Rientrando a casa sfatta, su uno dei pianerottoli fra un piano e un altro mi trovo di fronte un'immagine bizzarra. Un guanto, un tempo beige, ora semplicemente molto sporco, gettato a terra, sotto la finestra, rigido, in una posizione che dà la sensazione che ci sia dentro una mano, col pollice sollevato, che punta verso di me.

Strana giornata, o forse sono io a trarne strane sensazioni, cosciente che un periodo della mia vita si sta chiudendo. Sono molto stanca, spero di riuscire a finire tutto, e poi di avere un po' di tempo per riposarmi. Sto sicuramente facendo molto di più di quello che il mio medico si aspetterebbe, allo stato attuale. Ma non avendo alternative, come al solito, cerco di non pensarci, e faccio tutto ciò che serve, come al solito.
elipiccottero

domenica, 22 marzo 2009, ore 08:00

Bene, manca poco. Fra una settimana sarò già altrove, a discutere su dove mettere cosa e sul mio stato di ospite. Senza neppure aver visto come è organizzata la casa, so già che sarà così. Pazienza. Vedremo che si può fare...

Poco meno di tre anni fa mia madre mi ha invitata ad andarmene, armi e bagagli, e a mantenermi interamente da sola, perchè avevo 25 anni. Ovviamente, non ero ancora laureata nè avevo già un lavoro; ho ritardato di una sessione la laurea, e accettato il primo lavoro che mi desse qualche prospettiva di sopravvivenza, sebbene non mi piacesse allora come non mi piace ora. E a sopravvivere ce l'ho fatta, ma non sono andata più in là.
Sicuramente, se non mi fossi dovuta trovare precipitosamente un lavoro e una casa, mi sarei laureata prima, e probabilmente avrei anche trovato un lavoro leggermente più decente (peggio credo sia impossibile). Magari non il lavoro ideale, ma se il principale requisito per la ricerca è essere assunti subito, la qualità di ciò che si trova non potrà che essere bassa.
Ora me ne torno da mia madre, costretta dalle circostanze che mi rendono impossibile continuare a vivere nella mia bella ma scomodissima mansarda. Ci stavo pensando comunque, ma probabilmente non l'avrei fatto; so come sia la convivenza con lei, specie per me che faccio una vita sostanzialmente indipendente e staccata da che mi sono iscritta all'università, nel 2000. Inoltre, non amo dipendere da altri.

Quest'anno mio fratello compie 25 anni. Quando toccò a me andarmene di casa, chiesi se la stessa cosa sarebbe stata detta a lui, tre anni più tardi, e mi fu risposto di sì. Ora non vedo alcuna premessa in tal senso, e anzi il fratellino pare abbia occupato ampi spazi della casa di mia madre... quelli stessi dove dovrei stare io.

Non sta a me cacciarlo, ovviamente. Se mia madre vuole tenersi in casa tutta la sua roba, e averlo ospite un paio di volte al mese, faccia pure; ma non venga poi a dirmi nulla se appena possibile me ne andrò, tornando a fare lo stesso lavoro di merda che faccio ora.
Mi viene però spontaneo chiedermi: perchè il mio essere più forte, più adattabile, più capace di cavarmela da me, deve ancora una volta essere un handicap, e costringermi a vivacchiare con lavori indecorosi, mentre chi davvero avrebbe bisogno di una bella spinta per rendersi indipendente e crescere, entrando nell'età adulta, deve essere coccolato a oltranza, crogiolandosi nel suo essere figlio?
elipiccottero

martedì, 17 marzo 2009, ore 14:34

Vorrei avere il tempo di fare tutto. Forse il tempo ci sarebbe, sono le forze che mancano.
Suppongo che potrei chiedere aiuto a qualcuno, ma come al solito mi faccio problemi, mi vergogno. Temo di disturbare.

Temo sempre di disturbare. Poi finisce regolarmente che tutti si offrono di aiutarmi, ma alla fine si tirano indietro, o me lo fanno pesare. E per tutti intendo proprio tutti, a partire dai miei genitori, giù giù fino ai semplici conoscenti. C'è qualcosa in me che dà fastidio o mette a disagio, forse...

Stringo i denti e vado avanti.
elipiccottero

lunedì, 22 dicembre 2008, ore 19:47

Siccome ormai son diventata un'assidua frequentatrice di treni&stazioni, mi capita spesso di fare osservazioni sulla fauna tipica. Per esempio, quelli che salgono su un treno a prenotazione obbligatoria, dotati di bagaglio di peso complessivo pari a quello della sottoscritta, e senza guardare nè su che carrozza si trovino, nè quale sia il numero del posto loro assegnato dall'onnipotente computer di Trenitalia, si piazzano nel primo sedile libero che riesce loro di trovare. La conseguenza, come è facile immaginare, è che dopo cinque minuti (o, ben che vada, alla stazione successiva) arriva la persona cui quel posto è stato assegnato e il passeggero-che-non-legge-il-biglietto deve alzarsi, spostare le valigie piene di cadaveri e mettersi alla ricerca del proprio posto. In genere, questo accade fra grandi lamentele, sbuffi e urtoni dati ai vicini. Da parte dell'usurpatore, sia ben chiaro.

(Scrivo con una gatta appesa alla spalla sinistra, la quale di quando in quando si issa aiutandosi con le unghie e fa dondolare le zampe posteriori, a mo' di altalena... il tutto continuando a fare le fusa. Non che mi aspettassi che i miei gatti fossero sani di mente, ma speravo che non fossero completamente pazzi...)

Un'altro animale ferroviario, la cui diffusione tende ad aumentare col passare del tempo, è il passeggero-col-trolley.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di fanciulle agghindate come per andare a una festa, di signore non più giovani le cui forze tendono a scemare, o di uomini in giacca e cravatta che sorvegliano attentamente il proprio abbigliamento ogni cinque minuti, al fine di evitare che possa spiegazzarsi. La dimensione del trolley è generalmente direttamente proporzionale all'incapacità del soggetto di portare pesi cospicui. Passeggiano nei corridoi delle stazioni e sui marciapiedi dei binari col naso per aria, guardando (forse) solo davanti a sè; di certo, non badano affatto agli stinchi degli altri, che colpiscono impietosamente ogni volta che devono far sterzare il loro bagaglio.

Avrete capito che i trolley non mi piacciono, e tendo ad estendere questa avversione anche a coloro che li utilizzano.
Il trolley è rigido, perciò può contenere una quantità di oggetti rigidamente fissata; si deve trattare di oggetti di forma regolare, altrimenti il numero viene a ridursi ulteriormente.
Il trolley è pesante, anche quando è vuoto, perchè non è quasi mai fatto di stoffa, o se lo è ha una impalcatura simile al busto delle nostre bisnonne; certo, ha le ruote, ma in tutte le stazioni(fanno eccezione le stazioni di testa), per spostarsi da un binario all'altro, bisogna percorrere dei sottopassaggi raggiungibili solo tramite scale. E per salire sui treni bisogna issare il bagaglio-comodo-da-trasportare su per due o tre scalini che a volte sono difficili da salire anche senza nessun peso.
Essendo rigido, diventa difficile da collocare in tutte quelle situazioni in cui il treno è pieno e i portabagagli piccoli e già ingombri. Il trolley, a meno che non sia molto piccolo (delle dimensioni di uno zaino scolastico, per intenderci), non può essere infilato tra i sedili, e viene perciò tenuto dal proprietario davanti alle proprie gambe (con immensa gioia del giocatore di basket seduto di fronte, il quale guarda imbarazzato la signorina di turno trattenendosi con ogni evidenza dal chiederle se è completamente idiota) o nel centro del corridoio, dando luoghi a violenti alterchi con quei poveretti che per lavoro passano col carrellino dei generi di conforto.

Insomma, la valigia su ruote si va diffondendo a macchia d'olio, e i dinosauri che viaggiano con borsone o zaino diventano sempre più rari. Ma, stranamente, sono quelli che riescono a prendere coincidenze risicate, e che escono per primi dalla stazione.
Meditate, gente, meditate.
elipiccottero

martedì, 04 novembre 2008, ore 17:28

Stamattina in piazza Cavana, indifferenti a noi passanti frettolosi, due gatti si accoppiavano. In bella vista, tranquilli. Cercavano la posizione, si sistemavano, e via. Suppongo abbiano concluso... ma io, appunto, ero di fretta. Andavo a fare l'assegno per pagare l'affitto. Affanni da esseri umani.

Domani parto, vado a Bologna ad assistere alla laurea di mio fratello. Triennale, ce ne sarà un'altra. Ma voglio andare comunque, chissà se fra due anni potrò esserci. Chissà se ci sarò ancora, ancora calpesterò quest'asfalto e mi arrabbierò perchè uscendo dal lavoro mi piove in testa e mannaggia non ho l'ombrello. Domattina parto, la sera dopo torno. Toccata e fuga, come al solito.

Così è ormai la mia vita.

La scorsa settimana, Firenze di martedì, Pordenone di sabato. Questa settimana Bologna. La prossima, se tutto va bene, Milano. Ai primi di dicembre, Firenze di nuovo, e speriamo di non dover dare le dimissioni per inseguire il sogno di un altro lavoro. Comincio a sentirmi frastornata, e anche i miei gatti manifestano qualche segno di squilibrio. Pazienza. Normali, in ogni caso, non lo siamo mai stati, nè io nè loro.

Sento sempre più forte il desiderio di casa.
elipiccottero
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giovedì, 30 ottobre 2008, ore 15:29

Sveglia alle cinque. Una sbirciata al cielo, pare bello. Colazione e doccia come ogni giorno. Alle sette meno un quarto fuori casa. Passo al Postamat, sai mai che sia arrivato lo stipendio. C'è, ha otto giorni di ritardo, ma c'è. Sollievo. Il treno parte alle 7.13, lo prendo senza problemi, e mi immergo nella lettura di un libro.

Il viaggio è tranquillo, la prenotazione obbligatoria mi mette al sicuro da sballottamenti eccessivi. Per fortuna, sono già agitatissima. Un rapido scambio di sms, e mi assicuro di vedere una faccia amica all'arrivo. Appena superato l'Apennino, mangio il panino che mi sono portata. E' presto per pranzare, ma la colazione prima dell'alba è già stata abbondantemente smaltita. Fuori è cominciata la pioggia, che mi farà compagnia fino a sera.

Quando scendo dal treno comincio a tremare, e lo stomaco fa balzi tali che rimpiango di aver mangiato. Confusione di telefonate (dove sei? dove non sei?), e finalmente una faccia nota. Una, in mezzo a un mare di possibili concorrenti.

Se vi dicono che nessuno ha voglia di spostarsi per lavoro, immaginate l'ingresso di un palasport prima di un concerto. Solo che quel migliaio di persone, di età diverse, con diversi accenti, è lì per una selezione per 35 posti di lavoro in un luogo che per la maggior parte di loro ha una collocazione spaziale estremamente vaga. Mille persone che accettano di sottoporsi a lunghe procedure di controllo, conteggio, spiegazioni noiosissime. Mi ritrovo seduta fra una pugliese, che la sera prenderà un pullman per trovarsi la mattina dopo all'alba a Bari, e un calabrese.

Un'ora, cento domande. Logica, cultura generale, cultura finanziaria di base, qualche calcolo. Ho risposto più o meno a tutte, se ho fatto errori pagherò cara la mia arrogante baldanza. Pazienza. Arrivo alla fine con l'anima serena, mi sento leggera.

In un momento di pausa tra uno scroscio di pioggia e l'altro, raggiungo la stazione su una passerella metallica che passa sopra i binari. Già all'arrivo mi aveva provocato una certa agitazione, ma si mescolava a quella per la selezione. Ora mi ricordo che io soffro di vertigini... e una struttura di metallo arrugginita che si eleva diversi metri sopra i binari non è il mio luogo ideale. Raggiungo la stazione, faccio il breve trasferimento fino a Santa Maria Novella.

Faccio il biglietto alle macchine automatiche, con la soddisfazione di pagare con un Postamat che da una settimana serviva solo a controllare se era arrivato lo stipendio. Mangio schifezze da Mc Donald's. Vago per più di un'ora, constatando che in questa stazione non c'è un posto dove sedersi. Mi fumo una sigaretta contemplando un pezzo di storia dell'arte. Alla fine il treno arriva, mi siedo, leggo un poco... finchè non crollo. C'è chi mi guarda male, mentre mi accomodo nel sedile, con gli occhi che si chiudono inesorabilmente. Dormo fino a Mestre. Poi una lunga telefonata, che finisce a Monfalcone. Arrivata a Trieste, una folata di vento sul viso ancora assonnato.

Casa.

Non avrei mai creduto di poterlo pensare.
elipiccottero
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