giovedì, 01 ottobre 2009, ore 16:18
Quest'estate si è parlato molto di pettegolezzi (chè tale sarebbe il significato di "gossip", e qualche volta potremmo ben usare termini italiani...) o presunti tali, di catastrofi che hanno coinvolto centinaia, migliaia di persone, e di quando in quando anche delle conseguenze che la perdita del lavoro può avere sulle persone. In più di un caso la disoccupazione, tragedia personale, si è trasformata in tragedia familiare, con il capofamiglia disoccupato che stermina coniuge e figli per poi togliersi la vita. Se ne è parlato come di semplice cronaca nera, con giornalisti che talvolta pontificavano sul fatto che non bisognerebbe lasciarsi andare così, che un lavoro bene o male si trova (in questo aiutati da politici che invitano i cassaintegrati a "rimboccarsi le maniche"), senza chiedersi quanto possa essere pesante l'impossibilità di provvedere a sè e ai propri cari in questa Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Fra questi fatti di cronaca, vi è stato il caso di una giovane donna, da poco madre di un bambino non riconosciuto dal padre e disoccupata, la quale ha ucciso il piccolo per poi togliersi la vita. Apparentemente, a detta dei soliti vicini e conoscenti, stava bene, adorava il piccolo, e poteva inoltre contare sull'aiuto del proprio padre. E tuttavia, la famigerata depressione post-partum ha fatto sì che facesse ciò che ha fatto...
Tra i vari articoli capitatimi sott'occhio in questa stessa estate, un trafiletto su un settimanale citava una ricerca, di fonte autorevole, secondo la quale la depressione post-partum di cui sopra non sarebbe dovuta nè alle repentine variazioni ormonali, nè all'improvviso senso di vuoto e di distacco, nè a una predisposizione della madre (sebbene questi fattori possano influire), bensì al clima familiare e alle pressioni a cui la puerpera sarebbe sottoposta.
Provate a immaginare: si prende in braccio il primo figlio, ed è così piccolo che non si sa come tenerlo, per paura di fargli male; bisogna allattarlo, e magari il latte tarda a venire, o il bambino non succhia e piange disperato; ci sono i risvegli notturni, uno per le mamme fortunate, di più nella maggior parte dei casi; il bambino piange, e allora bisogna capire cos'abbia, cosa non facile; spesso nei primi mesi il piccolo soffre di coliche dolorosissime, e tutto ciò che la madre può fare è guardarlo e ninnarlo mentre grida. Tutt'intorno, parenti e conoscenti che danno consigli su quanto vestirlo, che tecniche di allattamento utilizzare, se prenderlo in braccio o meno...
Tutti questi consigli sono disinteressati, nella maggior parte dei casi. Ma qualcuno che se ne viene fuori con osservazioni poco felici, o addirittura maligne, sull'incapacità della neo-mamma di far fronte a tutto, si trova sempre. Se a questo aggiungiamo la necessità di trovare un lavoro al più presto, e la paura di non riuscire a provvedere a quell'esserino che ci si è prese la responsabilità di mettere al mondo, è davvero così difficile capire cosa passa per la testa di una madre che uccide il figlio?
elipiccottero
venerdì, 27 marzo 2009, ore 14:45
Dovrei essere impegnata a fare pacchi, ma eccomi qui a scrivere. Forse è solo la digestione, o forse a stanchezza. In fondo, è un mese che impacchetto roba, anche se sembra che non ci sia mai una fine... e oggi, ultimo giorno utile, non ce la faccio più.
Ci son cose che mi mancheranno: innanzi tutto, il fatto di essere a casa mia, e non a casa d'altri. Anche se si tratterà della casa di mia madre, chi ha vissuto da solo, veramente da solo, può capirmi. Niente più sveglie condizionate solo dai miei impegni e dalle mie voglie, niente più pasti a orari variabili, a seconda della fame, niente più possibilità di decidere cosa, come, quando, anche per le cose più piccole.
Non mi mancherà la costante sensazione di acqua alla gola. Sento alla radio che si parla di stipendi da 1000 euro al mese come di stipendi inaccettabili...chissà quelle stesse persone cosa direbbero del mio, di stipendio, che non è mai arrivato nemmeno a 800? E nonostante questo, ho qualche risparmio da parte, perchè rinuncio a tutto, pur di non essere costretta a chiedere prestiti, in caso di emergenza. L'ho fatto, ed è stato umiliante. Perchè molti si dicono disponibili, ma spesso amano anche far pesare il loro aiuto, senza nemmeno rendersi conto di farlo.
Un esempio lampante, in questo senso, è mio padre. Lui verrà domani ad aiutarmi col trasloco, noleggia il furgone per farlo, e guiderà per più di 1000 Km in due giorni; ma mi sta facendo sputare sangue da settimane, incapace com'è di vedere le cose come esse sono, e non come se le è auto-rappresentate (un esempio: sono due anni che non entra in casa mia, ma è certo di sapere con esattezza quante cose ci sono da portar via), e di cogliere che la sua visione del mondo, caratterizzata da certezze assolute che nulla può scuotere, non tiene alcun conto nè di me, nè delle mie esigenze, nè degli altri. Ci saranno le solite discussioni, i suoi soliti atteggiamenti, e già ora, pensandoci, mi sento scoraggiata.
Mio padre è malato. Quando dico che avere a che fare con lui è impossibile, tutti attorno cominciano a tentare di dimostrarmi che i loro padri, mariti, fratelli sono altrettanto difficili. Ne sono piuttosto stufa, visto che per lo più mi fanno un elenco di peculiarità o di idiosincrasie che, pur essendo fastidiose, non impediscono di vivere con costoro. Mio padre, invece, è matto, proprio matto, materiale da psichiatra. E come molte persone che hanno disturbi seri, sostiene di stare benissimo e di non aver bisogno di aiuto. E come molte persone che hanno problemi seri, rende impossibile la vita di chi gli sta attorno. Ha reso inevitabile la separazione da mia madre; ha quasi trascinato con sè prima me, poi mio fratello.
Domani sarà una giornata pesante, perchè all'oggettiva fatica dovuta a un trasloco a lungo raggio si aggiungeranno le solite lotte subdole che mio padre rende inevitabili.
Spero che lunedì, contrariamente alle previsioni, ci sia il sole. Devo cominciare qualcosa di nuovo, che m'incuriosisce e mi spaventa... che ci sia almeno il sole!
elipiccottero
giovedì, 19 febbraio 2009, ore 18:32
Abbiamo già appurato che lavoro in un call center. E nemmeno di quelli grandi e fighi, ma in uno piccolo e sempre in odore di chiusura imminente, sebbene abbiamo un cliente di una certa importanza (ma si sa, uno non basta). La necessità di mangiare tocca tutti, anche chi, come me, è palesemente troppo qualificato per quel lavoro, perciò ci si adatta. Quotidianamente mi sento consigliare di fare solo lo stretto indispensabile, dal momento che non sono pagata abbastanza per metterci del mio.
Purtroppo fatico a imparare, e continuo a dare il meglio di me stessa. Mi si rivoltano proprio le viscere, se provo a fare il minimo indispensabile. Prendiamo ad esempio un episodio successo oggi...
Una collega riceve una chiamata relativa a un fondo pensione, da un altoatesino che le dice che ha bisogno di aiuto col sito del fondo, ma lui non parla italiano, solo tedesco e inglese (queste cose, infatti, le dice in inglese). I supervisori si rivolgono a me, che l'inglese lo mastico e su quel servizio sono la più competente, e mi chiedono: "Sei in grado di aiutarlo? Così ci facciamo dare il numero e lo richiami più tardi..."
La risposta è stata no, per due motivi: innanzi tutto, se sei altoatesino sei italiano, e nel caso specifico vivi e lavori in Italia, perciò fai la cortesia di parlare italiano, o di andartene all'estero; in secondo luogo, io sono pagata (poco) per fornire informazioni e assistenza in italiano, non in altre lingue. Ho detto loro di scrivere alla direzione del fondo, e che fossero loro a richiamarlo.
Dopo due o tre ore, il tizio richiama, e la chiamata la prendo io. Mi dice (sempre in inglese) che ha chiamato stamattina, che dovevano richiamarlo ma non ha sentito nessuno. Gli dico che lo so, e di avere pazienza, perchè lo devono chiamare dalla direzione, e che io non sono in grado di aiutarlo.
Troppe parole. Ha capito subito che sapevo l'inglese più che a sufficienza, e mi è toccato spiegargli come modificare le impostazioni di Internet Explorer in modo da evitare il ripetersi di un certo errore, e guidarlo all'accesso alla sezione riservata del sito (traducendo estemporaneamente i vari comandi, ovviamente). Ho constatato peraltro che la mia collega della mattina non aveva capito nè chi fosse costui, nè che tipo di problema avesse, ma il punto non è questo.
Il punto è: chi viene per cortesia a picchiarmi, e forte, per la mia stupida voglia di far bene le cose, anche quando non ho nessuna voglia di farlo e non ne ricaverò alcun beneficio?
elipiccottero
lunedì, 09 febbraio 2009, ore 17:02
Da giorni, da settimane, giornali, radio, e suppongo anche la TV (ma quella non ce l'ho), parlano di una persona che non può più dire cosa vuole che si faccia del suo corpo. E le persone a lei vicine farebbero una scelta, certamente dettata dalla realtà, e le persone che non l'hanno mai vista si permettono di dire che lei è in un certo modo, e che è un dovere morale intervenire per impedire che le persone a lei vicine agiscano come hanno deciso.
Meglio sarebbe tacere, non trovate?
Il momento, per me, è difficile. Devo fare una scelta, e l'ho fatta, una scelta che implicherà per me una grande sofferenza; ma data la situazione attuale, si tratta della decisione più razionale. La maggior parte delle persone attorno a me, persone cui voglio bene e che mi vogliono bene, non capisce la mia scelta, non la condivide, e la cosa che mi viene detta più spesso è:
"Tanto vedrai che cambierai idea, non lo farai"
So che lo fate con le migliori intenzioni, ma provate a mettervi nei miei panni, e ditemi come vi dovrei rispondere. Sorrido, abbozzo, ma d'istinto risponderei male.
Se trovate che io non sia poi messa così male, perchè non fate in modo di trovarvi anche voi nella mia stessa situazione?
E se vedete quanto sia difficile la scelta che ho fatto, e non la capite, per favore: ritiratevi nel silenzio, e cercate di sostenermi. C'è un peso enorme sulle mie spalle, e sentirmi dire che sbaglio, che dovrei fare altrimenti, e che comunque non riuscirò a portare fino in fondo la mia scelta non lo rende più leggero.
elipiccottero
giovedì, 22 gennaio 2009, ore 19:55
Dici una cosa una volta, a chi di dovere; ti si dice che hai ragione, e pensi che la cosa sia finita lì.
Scopri che il messaggio non è stato recepito, allora ribadisci il concetto una seconda volta, e per un po' di tempo sembra che sia stato compreso.
Ecco che di nuovo salta fuori che le tue parole sono state dette al vento... allora che fai? Ribadisci il concetto per iscritto a chi di dovere, annunciando che per tutelarti non ti limiterai a dire le cose, ma muterai atteggiamento, e informi della cosa anche le persone che da questo mutamento rischiano di subire un danno.
Si scatena il finimondo, alle tue spalle, ma a quanto ti è dato di capire accade perchè le tue parole sono state rivestite di significati nascosti che non avevano.
Viene da interrogarsi: le persone sono così abituate a non dire le cose da essere incapaci di cogliere il significato di una comunicazione lineare e diretta, o semplicemente hanno voglia di litigare e per raggiungere questo scopo tutto fa brodo?
Se è vera questa seconda ipotesi, il mondo è un posto anche peggiore di quanto pensassi, ed è difficile che mi capiti di essere accusata di eccessivo ottimismo.
Io non ho voglia di litigare. Sto male, e le cose non miglioreranno per un po'. Auguro sentitamente a chi non vuole capire, sebbene io abbia parlato chiaro, di fare una vacanza in un Paese straniero e lì ammalarsi gravemente, qualcosa di doloroso e che richieda un lungo ricovero in ospedale... ovviamente, un ospedale del Paese straniero di cui sopra, ben lontano da casa e dalla famiglia.
elipiccottero
venerdì, 16 gennaio 2009, ore 15:39
Mi è stato fatto notare, da persone che mi sono vicine, che io non mi lamento. Punti di vista, a me pare di farlo, ma è vero che cerco di limitarmi. Perchè non amo chi si lamenta, chi vede la propria vita come la summa di tutte le disgrazie, e se ne lagna con chiunque capiti a tiro, magari non accorgendosi che la persona su cui riversa questo fiume di lamentele è messa molto peggio, ma tace stoicamente.
Mi è stato fatto altresì notare, però, che a volte lamentarsi è utile, perchè chi ci sta intorno non sempre può accorgersi di tutto, specie quando si tratta di persone che, come me, nascondono molte cose per pudore e orgoglio.
Perciò credo che mi lamenterò, per una volta, cercando di essere chiara.
Faccio un lavoro alienante, di nessuna soddisfazione e sottopagato; qualcuno ha osservato che la mia retribuzione non è tanto male, per un part-time. Solo che io non ho chiesto un part-time, me lo sono visto affibbiare mio malgrado; e siccome sopravvivere a stento è meglio che morire di fame, ho anche accettato.
Sopravvivere a stento, sì: non concedermi nulla che non sia strettamente necessario, o almeno molto utile. Perchè se capita un'emergenza, devo aver messo da parte due soldi per poterla affrontare, e di emergenze ne capitano ogni volta che guardo il mio estratto conto e dico: "Se continuo così, il mese prossimo mi posso concedere qualcosa di più..."
Vivo da sola. Non sola nel senso che non sto più coi miei genitori, ma proprio sola. Non ho coinquilini che mi possano aprire se dimentico le chiavi, o con cui accordarmi su chi deve essere in casa quando verranno a leggere i contatori o a riparare la caldaia, o a cui dire "Ho dimenticato di comprare il sale, lo prendi tu quando rientri?". Quando dico sola, intendo proprio sola.
Da almeno un mese, le mie articolazioni mi fanno vedere le stelle. Non parlo del solito ginocchio, che ogni volta che piove o tira vento mi segnala premurosamente il cambiamento meteorologico con due giorni di anticipo... parlo delle spalle, del collo, di tutta la spina dorsale, delle braccia, del bacino che spesso mi impedisce anche di stare seduta per più di mezz'ora. Dolori accecanti... letteralmente. Perchè non riesco nemmeno a vedere ciò che mi accade attorno.
Infine, mi sono ammalata di nuovo, e giustamente mia madre mi ha chiesto: "Come mai quest'anno ti ammali tanto?" Perchè sono stanca, mamma, perchè i miei colleghi a Natale se ne vanno in ferie, nonostante l'azienda avesse affermato che non sarebbero state concesse, mentre io me ne sono rimasta al lavoro nel periodo peggiore dell'anno; sono stanca perchè per cercare un lavoro migliore ho fatto i salti mortali, cose folli tipo andare e tornare in giornata da Firenze, e per mantenere rapporti con le persone cui voglio bene mi sono sobbarcata altri viaggi massacranti...
Sono stanca perchè la volontà è forte, fortissima, ma il fisico, lo sai bene mamma, non ce l'ha mai fatta a starle dietro.
elipiccottero
lunedì, 22 dicembre 2008, ore 19:47
Siccome ormai son diventata un'assidua frequentatrice di treni&stazioni, mi capita spesso di fare osservazioni sulla fauna tipica. Per esempio, quelli che salgono su un treno a prenotazione obbligatoria, dotati di bagaglio di peso complessivo pari a quello della sottoscritta, e senza guardare nè su che carrozza si trovino, nè quale sia il numero del posto loro assegnato dall'onnipotente computer di Trenitalia, si piazzano nel primo sedile libero che riesce loro di trovare. La conseguenza, come è facile immaginare, è che dopo cinque minuti (o, ben che vada, alla stazione successiva) arriva la persona cui quel posto è stato assegnato e il passeggero-che-non-legge-il-biglietto deve alzarsi, spostare le valigie piene di cadaveri e mettersi alla ricerca del proprio posto. In genere, questo accade fra grandi lamentele, sbuffi e urtoni dati ai vicini. Da parte dell'usurpatore, sia ben chiaro.
(Scrivo con una gatta appesa alla spalla sinistra, la quale di quando in quando si issa aiutandosi con le unghie e fa dondolare le zampe posteriori, a mo' di altalena... il tutto continuando a fare le fusa. Non che mi aspettassi che i miei gatti fossero sani di mente, ma speravo che non fossero completamente pazzi...)
Un'altro animale ferroviario, la cui diffusione tende ad aumentare col passare del tempo, è il passeggero-col-trolley.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di fanciulle agghindate come per andare a una festa, di signore non più giovani le cui forze tendono a scemare, o di uomini in giacca e cravatta che sorvegliano attentamente il proprio abbigliamento ogni cinque minuti, al fine di evitare che possa spiegazzarsi. La dimensione del trolley è generalmente direttamente proporzionale all'incapacità del soggetto di portare pesi cospicui. Passeggiano nei corridoi delle stazioni e sui marciapiedi dei binari col naso per aria, guardando (forse) solo davanti a sè; di certo, non badano affatto agli stinchi degli altri, che colpiscono impietosamente ogni volta che devono far sterzare il loro bagaglio.
Avrete capito che i trolley non mi piacciono, e tendo ad estendere questa avversione anche a coloro che li utilizzano.
Il trolley è rigido, perciò può contenere una quantità di oggetti rigidamente fissata; si deve trattare di oggetti di forma regolare, altrimenti il numero viene a ridursi ulteriormente.
Il trolley è pesante, anche quando è vuoto, perchè non è quasi mai fatto di stoffa, o se lo è ha una impalcatura simile al busto delle nostre bisnonne; certo, ha le ruote, ma in tutte le stazioni(fanno eccezione le stazioni di testa), per spostarsi da un binario all'altro, bisogna percorrere dei sottopassaggi raggiungibili solo tramite scale. E per salire sui treni bisogna issare il bagaglio-comodo-da-trasportare su per due o tre scalini che a volte sono difficili da salire anche senza nessun peso.
Essendo rigido, diventa difficile da collocare in tutte quelle situazioni in cui il treno è pieno e i portabagagli piccoli e già ingombri. Il trolley, a meno che non sia molto piccolo (delle dimensioni di uno zaino scolastico, per intenderci), non può essere infilato tra i sedili, e viene perciò tenuto dal proprietario davanti alle proprie gambe (con immensa gioia del giocatore di basket seduto di fronte, il quale guarda imbarazzato la signorina di turno trattenendosi con ogni evidenza dal chiederle se è completamente idiota) o nel centro del corridoio, dando luoghi a violenti alterchi con quei poveretti che per lavoro passano col carrellino dei generi di conforto.
Insomma, la valigia su ruote si va diffondendo a macchia d'olio, e i dinosauri che viaggiano con borsone o zaino diventano sempre più rari. Ma, stranamente, sono quelli che riescono a prendere coincidenze risicate, e che escono per primi dalla stazione.
Meditate, gente, meditate.
elipiccottero
domenica, 26 ottobre 2008, ore 17:26
Periodo di stress e di incertezza, di preoccupazioni vere e non legate solo ai miei dubbi esistenziali. Preoccupazioni concrete.
La confusione del momento, le molte cose da fare, i pochi stimoli ad agire (perchè tanto sembra che qualunque cosa faccia porti poi a conseguenze negative) mi rendono pressochè incapace di scrivere, di esprimermi. Forse perchè una seria riflessione sui miei sentimenti, in questo momento, mi costringerebbe a riconoscere che ho una paura dannata.
Eppure...
Eppure più le cose si fanno difficili, più tutto attorno a me si fa confuso, più sembra che ogni mio sforzo di miglioramento sia destinato a una sistematica frustrazione, più il futuro sembra riservare solo futile fatica, e più sento, dentro di me, un nucleo solido, stabile. Una bolla di serenità, nonostante tutto, nonostante gli elementi oggettivi diano un quadro complessivo piuttosto scoraggiante.
Mi ritiro in me stessa, forse; senz'altro non lancio tanti segnali quanti ne lanciavo in precedenza. Tuttavia, la mia identità si rafforza nelle avversità, l'orgoglio per ciò che sono non viene intaccato dai compromessi che la necessità di sopravvivere mi richiede. Rifulge invece in me la consapevolezza che il buio non durerà a lungo, e che sarò in grado di uscirne a testa alta.
Starò mica cominciando a diventare grande, finalmente?
elipiccottero
giovedì, 25 settembre 2008, ore 15:30
Qualche volta sono infinitamente stanca. Stanca di essere sorridente (sorriso telefonico!), spiritosa, intelligente, brillante, disponibile. Stanca di essere un'amica. Stanca di essere autonoma e efficiente.
Per favore, fatemi tornare bambina, toglietemi di dosso questo fardello che è caduto sulle mie spalle troppo presto, e che so portare troppo bene. Fatemi credere che qualcun altro penserà a tutto, a livello pratico come a livello emotivo. Fatemi credere di non dover essere saggia e riflessiva anche per gli altri, come faccio ormai da una quindicina d'anni.
Ho sbagliato tutto nella mia vita. Ho puntato sull'intelligenza, sull'impegno, sulle capacità.
Errore.
Bisogna puntare sull'aspetto fisico, sul ricatto, sul sotterfugio, sulle raccomandazioni. Bisogna puntare al massimo col minimo sforzo.
Posso sempre cominciare anch'io, in fondo imparo velocemente...
elipiccottero
lunedì, 01 settembre 2008, ore 13:02
Un paio di settimane fa mi arriva l'attestato di rischio del motorino. Come ben sapevo, tre anni di assicurazione, zero sinistri, zero rimborsi. Passo di una classe, e mi dico: bene. L'anno scorso il premio era di 406 euro - ma solo metà era venuta da me, visto che il mio motorino lo usava anche un altro. Altro con cui oltre tutto dividevo l'affitto, le bollette, e le altre spese.
Come dicevo: bene, quest'anno pagherò di meno. Venerdì mi arriva la comunicazione del premio da pagare. Non so come ho fatto a mantenere la calma. Il mio comportamento da brava motociclista - che peraltro il mezzo lo usa ben poco, causa costo benzina - mi ha procurato una diminuzione del premio di ben 1,50 euro.
Non che non sapessi che le tariffe erano aumentate, in fin dei conti con le assicurazioni bene o male ci lavoro, ma ci sono rimasta abbastanza male. Vuol dire che entro il 14 settembre devo sborsare una cifra di fatto equivalente al mio affitto. Affitto per il quale sono andata oggi a fare l'assegno. In più, ho ancora una bolletta dell'Acegas (scaduta, scadutissima, ma aspettavo di avere qualche soldo in più in conto) da pagare. A conti fatti, questo mese spendo di più di quanto ho guadagnato. Per fortuna c'è il contributo-affitto di mio padre, altrimenti non mangerei. E per fortuna avevo risparmiato, da brava formichina, in vista dei tempi bui.
Ma avrei una riflessione.
Vivo sola. Ho un lavoro che non è certo un granché, ma che si colloca nella media dei lavori dei miei coetanei. Sono lontana dai miei genitori (i quali peraltro a loro volta non nuotano nell'oro), perciò non posso nemmeno sperare in rifornimenti di cibo o altre sciocchezzuole da parte loro. Certo, potrei smettere di fumare, rinunciare a internet, al motorino, non uscire a cena o a bere con gli amici, e così via, ma francamente... non sono una che sperpera. Cerco di mantenere un tenore di vita modesto, ma non punitivo. Eppure...
Eppure fra un po' di tempo tornerò a vivere da mia madre. Semplicemente perché NON MI POSSO PERMETTERE DI VIVERE DA SOLA. E non sono l'unica, li sento i miei amici, i miei colleghi. Fintanto che ci si prende una stanza in un appartamento di studenti, o si vive in coppia, le spese sono accettabili. Ma chi, come me, non è portato a condividere la casa, o vuole la propria indipendenza, o, diciamocelo, dopo un periodo di convivenza si ritrova senza partner e con l'intero affitto sul groppone, è messo a dura prova.
Le statistiche, così amate e spesso citate dai mezzi di comunicazione, dicono che i giovani italiani rimangono a vivere coi genitori molto a lungo, spesso troppo. I giornalisti tendono ad attribuire questo fatto alla comodità di non dover badare a una casa, al desiderio di non prendersi responsabilità...
SVEGLIA!!!!
Ho un contratto a tempo indeterminato, il che vuol dire che per lo meno ho la certezza di essere pagata ogni mese, ma la mia ultima busta paga era di 783 euro. La maggior parte dei colloqui di lavoro a cui sono stata erano per stage full-time con rimborsi spese sui 400 euro. Altrimenti, ti propongono contratti a termine di 3 mesi, magari con una piccola retribuzione fissa, e il resto provvigioni. A queste condizioni, mi spiegano i signori giornalisti come si fa mantenersi?
Trieste non è nemmeno una città in cui gli affitti siano alti. Discorso diverso per gli alimentari, ma con un po' di attenzione non si spendono cifre folli. Buoni trasporti pubblici e servizi discretamente efficienti. Insomma, nel complesso, un'isola felice. A Roma o a Milano, col mio stipendio, ci pagherei forse un posto in camera doppia. Forse.
Non è questione di irresponsabilità, infantilismo, opportunismo. Non ce la si fa. E mi sento molto scoraggiata. Perché voglio un gran bene a mia madre, ma tornare a vivere con lei è l'ultima cosa che avrei voluto fare. Ma non ce la faccio, ragazzi, non ce la faccio. E da donna-emancipata-che-vive-da-sola mi tocca tornare a fare la figlia-adulta-che-vive-ancora-coi-genitori.
Il mio orgoglio ne soffre, e ancora di più ne soffre la mia fiducia nel futuro.
elipiccottero