martedì, 24 marzo 2009, ore 19:31
Mi sveglio nel cuore della notte coi gatti addosso, come al solito. Convinta di essere ancora nella posizione in cui mi sono addormentata, simile a Dracula nella bara. Solo alzandomi per andare in bagno mi rendo conto che solo la testa è rimasta sul cuscino su cui l'avevo poggiata. Il corpo attraversa tutto il letto, in diagonale.
Mattinata in gran parte spesa al telefono, per cercare di disdire la linea telefonica e ADSL, e per vedere se si può bloccare la disdetta delle altre utenze e fare un subentro, visto che il padrone di casa ha cambiato idea (forse pensando che io dal venerdì mattina al lunedì pomeriggio non avessi ancora provveduto... illuso!). Mi vien da chiedermi chi sia che fa gli IVR (per chi non lo sapesse, quelle vocine che vi dicono "se vuole essere mandato affanculo elegantemente prema 1, se vuole sentirsi dare dell'idiota prema 2", eccetera), ma certo si tratta di un mentecatto. O di un genio del marketing: nè in un caso nè nell'altro è contemplata l'opzione "disdetta".
Vado in un'agenzia di pratiche auto per fare il passaggio di proprietà di un motorino, e scopro che devo andare in un centro civico... a far che? A quanto mi è dato capire, devo apporre una firma sul certificato di proprietà, ma devo farlo là. Non son stata a discutere: vediamo domattina che mi dicono. Ormai mi faccio trascinare dalla corrente, non mi dibatto... tanto, se devo affogare, affogo lo stesso.
In un negozio, compro due cose che mi servono, poi chiedo al tizio dall'aria trascurata che sta alla cassa se ci sia qualche scatolone grande, intero, per il mio trasloco. Allora alza lo sguardo dalla cassa, guardandomi finalmente in faccia, e scopro che i suoi occhi sono di un blu intensissimo, con striature castano-dorate. Sembrano due lapislazzuli. Mi sto ancora chiedendo se per caso avesse delle lenti a contatto colorate...
Rientrando a casa sfatta, su uno dei pianerottoli fra un piano e un altro mi trovo di fronte un'immagine bizzarra. Un guanto, un tempo beige, ora semplicemente molto sporco, gettato a terra, sotto la finestra, rigido, in una posizione che dà la sensazione che ci sia dentro una mano, col pollice sollevato, che punta verso di me.
Strana giornata, o forse sono io a trarne strane sensazioni, cosciente che un periodo della mia vita si sta chiudendo. Sono molto stanca, spero di riuscire a finire tutto, e poi di avere un po' di tempo per riposarmi. Sto sicuramente facendo molto di più di quello che il mio medico si aspetterebbe, allo stato attuale. Ma non avendo alternative, come al solito, cerco di non pensarci, e faccio tutto ciò che serve, come al solito.
elipiccottero
giovedì, 26 febbraio 2009, ore 19:02
Be', la situazione è quella che è, vedo più i medici degli amici, chissà che sarà di me fra sei mesi, il tecnico della caldaia continua a non chiamare, e tutto il resto, ma...
Dovevo fare un percorso non lunghissimo, pianeggiante quando non addirittura in discesa, e mi sono presa un'ora per me stessa. Sarà stato il fedele lettore mp3 (siamo già al quarto o quinto auricolare... se li dessi ai gatti per giocarci li distruggerebbero meno velocemente), l'aria frizzante al punto giusto, la necessità di muovermi un po' per non impazzire, ma son riuscita a dimenticare di trovarmi in centro in mezzo a macchine e gente incazzata, e ho decisamente passeggiato.
Arrivata in piazza della Borsa sorridevo appena, ma sorridevo. Chiedendomi che avessero tutti attorno a me per essere così uniformemente imbronciati...
Sono e rimango convinta che una bella camminata dia più gioia di tante cose che si fanno comunemente per divertirsi (e non costa nulla).
La libreria Borsatti questa settimana sconta tutto al 30%, invece del 15% solito. Sabato ci faccio un salto, ma stavolta mi porto la sporta della spesa, se no faccio come al solito e arrivo a casa col mal di schiena.
elipiccottero
martedì, 26 agosto 2008, ore 20:58
"Come sei arrivata a Trieste?"
In varie forme, ho risposto a questa domanda decine di volte, negli ultimi otto anni. Esiste una risposta sintetica, che è quella che dò in genere, ed è: "Ho scelto un corso di laurea che c'era solo qui". Con relativo corollario di spiegazioni sul corso di laurea, la sua utilità, la sua spendibilità a livello lavorativo eccetera. Se volete, potete accontentarvi della risposta breve, fare le solite domande, e subirvi le mie usuali lamentele su come abbiano mandato a puttane un'idea tutt'altro che da disprezzare. O sul mio odio per la maggioranza dei miei compagni di corso.
Se preferite continuare a leggere, lo fate a vostro rischio e pericolo. Si parte da lontano...
Non ho mai pensato di essere strana, finchè non me l'hanno fatto notare gli altri. Pronunciavo le vocali in modo diverso. Leggevo una marea di libri, quando gli altri facevano sport o stavano a ciondolare all'oratorio (e non crediate che ci andassero per devozione, semplicemente era un posto con molto spazio in cui i genitori non sarebbero andati a controllare, perchè si fidavano). Andavo bene a scuola (sebbene, lo giuro, facessi di tutto per avere appena la sufficienza), soprattutto alle medie.
Le continue, deliziose osservazioni della gente attorno a me, unite a una naturale timidezza, hanno condotto a un risultato scontato e piuttosto comune: un'adolescente goffa, introversa, arrabbiata col mondo (e depressa, ma non voglio parlarne ora). L'aspetto non aiutava: magra non lo sono più da quando avevo sei anni, ma almeno ora la ciccia sta più o meno nei posti giusti; allora, invece, sembrava tutta al posto sbagliato, e cercavo di cammuffarmi con ampie T-shirt unisex e pantaloni coi tasconi, più grandi di una o due taglie (molto di questo materiale è poi entrato a far parte del guardaroba di mio fratello), con anfibi ai piedi, sempre. Gli occhiali con la montatura dorata, di metallo (se non ci credete, ce li ho ancora, da qualche parte: un'oscenità), e i capelli lunghi, lisci, sempre legati in una coda, mi davano un'aria a metà fra la Madonna addolorata e il topo di biblioteca. Cosa, quest'ultima, che in effetti ero: terrorizzata dalla gente, trovavo rifugio nei libri e nelle fantasticherie conseguenti. Scrivevo, pure, anche se nemmeno sotto tortura vi farò leggere la maggior parte dei prodotti della mia mente adolescenziale. A coronare il tutto, l'immancabile acne, che solo ora sono ruscita a domare, alla mia tenera età... e nemmeno del tutto...
Insomma, un disastro. E gli epiteti più comuni erano sfigata, secchiona, cozza, cesso, e altri raffinati complimenti.
Con queste premesse sono arrivata all'inizio dell'ultimo anno di scuola superiore. Anno che, in un liceo classico, significa necessariamente: "A che facoltà ti iscrivi l'anno prossimo?"
La mia previdente mamma aveva spinto sulla mia ansia, e mi ero fatta una cultura sulle varie guide, per poi andare a prendere informazioni in loco sulle due opzioni a cui avevo ristretto la scelta:
1. Conservazione dei beni culturali, indirizzo beni archivistici e librari; sede: Ravenna.
2. Scienze e tecniche dell'interculturalità; sede: Trieste.
Visto che i libri erano (e sono) la mia passione, e visto che mamma è romagnola, devo dire che la prima opzione era in leggero vantaggio. Ravenna tra l'altro è molto bella, per quel poco che ricordo, e gli studenti con cui avevo parlato dicevano che sì, c'erano case dello studente, ma erano scomode, e comunque gli affitti erano contenuti.
Trieste invece era l'ignoto, e già la scena del cappuccino al bar mi aveva un po' spaventata... Significava partire senza alcun punto di riferimento, per una città strana e di confine, per frequentare un corso di laurea che non portava a una figura professionale non ben definita (in questo, l'unica differenza oggi è che il corso di laurea è stato chiuso...). Totale salto nel buio.
Devo spendere una buona parola in merito al mio liceo. Piccolo e provinciale finchè si vuole, ma i professori ci seguivano, cercavano di proporci attività un po' diverse, di stimolarci a cercare strade alternative per la conoscenza. Cercavano soprattutto di conoscerci. Con qualche eccezione, è ovvio. Ma nel complesso sono stata davvero fortunata.
Quando sono arrivata io, in mezzo a tutti i "giurisprudenza, lettere, lingue, ingegneria (e c'è chi s'è laureato con 110 e lode, alla faccia di chi dice che i classicisti non possono fare gli ingegneri)", ricordo di aver visto facce perplesse, ma anche qualche scintilla di improvvisa attenzione. Ancora faticavo a pronunciare la parola interculturalità tutta di fila e senza incepparmi, ma un paio di insegnanti mi hanno detto più o meno la stessa cosa, anche se in termini leggermente differenti:
"Sono entrambi corsi interessanti, entrambi con scarse prospettive lavorative dopo la laurea, e tu saresti in grado di terminare uno qualsiasi dei due senza problemi. Ma ti interessano troppo le persone perchè tu voglia davvero rinchiuderti in una biblioteca per il resto della tua vita".
Oggi sono laureata in Scienze e tecniche dell'interculturalità, lavoro in un call center e spendo gran parte del poco che riesco a risparmiare in libri, tanto che un giorno, se non riordino, ne finirò sommersa. Già sono in tripla fila... Ovviamente, li metterò in ordine alfabetico, per autore, e solo in subordine per titolo. Ma soprattutto vivo a Trieste. Da dove conto di andarmene presto, d'accordo, ma ci sono rimasta molto più del previsto.
Solo perchè ero un'adolescente disadattata (mi chiedo chi non lo sia stato) e mi interessavano troppo le persone per seppellirmi davvero in una biblioteca per il resto della mia vita.
elipiccottero
giovedì, 21 agosto 2008, ore 20:17
Pausa pranzo. Solito gelato, solita passeggiata sulle Rive. In cielo non c'è una nuvola, il sole è caldo, c'è appena un po' di brezza. Percorro il molo Audace fino in fondo, poi mi giro per tornare...
E S. Giusto mi balza incontro. Il castello, la cattedrale, gli alberi, l'intera collina si stampano nella mia retina come un pugno. Piazza Unità, al di sotto, sembra fatta coi mattoncini Lego. Il cielo è un vortice che mi risucchia, gli alberi così verdi da essere dorati.
Trieste in una giornata di sole perfetta, come questa, è un sogno, e insieme di una realtà sconcertante. E' Vienna trapiantata nel Mediterraneo, è una città nata da una serata con troppo alcool e molta allegria. I contorni dei palazzi sono così netti che se li sfiori potresti sanguinare. Le persone sono solo aliti di vento, fantasmi, fate.
Trieste nel sole acquista una sognante concretezza, che non avrà mai in una giornata di pioggia, quando il grigio del cielo e quello dei palazzi si fondono a perfezione, e l'asfalto fa la schiuma, come un sapone che si consuma perchè l'hai dimenticato sotto il rubinetto. Trieste sotto la pioggia scompare, col sole risorge.
In questi momenti, mentre le mie ossa si sciolgono nel sole, insieme a quelle di tutti coloro che mi circondano, sento di amare questa città, dove pure non posso sentirmi a casa. La amo quando in una giornata uggiosa l'odore del porto è forte e sgradevole, carico di salsedine e pesce marcio, ma mi ricorda che le Rive non sono nate per essere un salotto. La amo quando, a Natale o a Pasqua, le campane di S. Giusto cominciano a suonare sopra la mia testa, nascondendo ogni altro suono, battendo nel mio stomaco la gioia della festa. La amo quando gli ubriachi passano a tarda notte in via S. Michele, cantando a squarciagola e lanciandosi allusioni sconce. La amo quando arrivo in treno, nel tardo pomeriggio, e passate le gallerie mi si apre la vista del golfo, del mare, dei palazzi, e delle case nelle cui finestre puoi spiare, dal tuo vagone, mentre il sole cala e accarezza il Carso come una madre.
Non è casa mia. Non può esserlo. Non vuole esserlo. Ma è un posto dove tornerò, da vecchia, alla ricerca di questa luce sui palazzi grigi, e sugli alberi del colle di S. Giusto, col cuore colmo di amore per ogni pietra che calpesterò.
elipiccottero